Il PD di Renzi nell’era De Luca [da “La Repubblica Napoli”, 21 Giugno 2015]

Il Pd d Renzi nell'era De LucaE’ evidente a tutti, a partire dallo stesso segretario-premier, che queste elezioni di medio termine hanno segnato una battuta d’arresto per il PD. Se è vero che l’entusiasmo dei 5Stelle, che vincono in 5 comuni su oltre 500 al voto, pare quantomeno eccessivo, è altrettanto innegabile che i democratici non possono nascondere la testa sotto la sabbia. Le destre, in tutte le loro sfumature, dimostrano che unite ritornano a vincere. E da Grillo a Salvini, complice una ripresa che tarda ad arrivare ed essere percepita, avanza il populismo, e per arginarlo non sembra più sufficiente rincorrerlo con subalternità culturale.

Fummo in pochi, tra gli applausi entusiasti di media e classi dirigenti, a criticare l’agenda Monti, a chiedere la fine di quell’esperienza di governo, e a segnalare a Bersani che la strada per la vittoria ne 2013 non fosse l’accordo tra moderati e progressisti, ma il ritorno ed il radicamento nei luoghi del conflitto, dell’esclusione sociale, economica e generazionale.

Proprio per questo la frase di Renzi “questo è un paese moderato, vince chi occupa il centro” costituisce il passaggio più significativo della sua analisi post-elettorale, quello che segnala il principale pericolo per il progetto del PD: un passo indietro verso una lettura vecchia e politicista della società italiana.

Uno schema superato, da una crisi che ha colpito e lacerato interi settori del nostro Paese, rendendoli più deboli e più insicuri, e per questo più ansiosi di risposte nette e coraggiose. Alle paure e speranze non si può rispondere con ricette obsolete. Cos’è d’altronde questo centro: un’anticamera del trasformismo di pezzi di ceto politico, un categoria dello spirito, un amico immaginario?

Renzi e il PD, oltre al fisiologico affievolirsi dell’effetto novità registrato alle europee, e oltre al prezzo del processo riformatore che ha interessato i mondi del lavoro e della scuola, pagano la “non” scelta sull’identità del partito, sulla sua funzione storica. Non si tratta solo dell’aver abdicato all’organizzazione di una rete territoriale che costruisse proposte e partecipazione, e che promuovesse e difendesse, oltre il sistema dei media, un’azione di governo rivolta al cambiamento: sono figlie di questo nodo irrisolto anche le tante vicende di illegalità scoperchiate in questi mesi, da Mafia Capitale alle tangenti per il Mose.

Episodi di corruzione che, certo, annoverano tra le concause la costruzione di un modello organizzativo che è passato dai “tesserifici” al dogma delle primarie senza confini, fino alla scelta dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti senza prevedere la contestuale applicazione di una legge sul traffico d’interessi. Ma che sono frutto di un’ineluttabile degenerazione: una” comunità di destino”, se non ha più l’obbligo ed il recinto della rappresentanza degli interessi legittimi di quei ceti sociali cui si rivolge, e dai quali anzi dovrebbe essere composta, si trasforma in una “comunità di potere”, destinata a divenire permeabile ad ogni tipo di condizionamento e di infiltrazione. E a non poter offrire ad interi settori della società, oggi privi di riferimenti politici ed istituzionali, una prospettiva credibile, alimentando così quel bacino di astensionismo che costituisce la ferita più profonda per la democrazia.

Da una parte l’idea che il consenso sia l’unico metro di giudizio e che la quantità sia valore predominante rispetto alla qualità delle idee e dei profili, dall’altra una concezione autoreferenziale del rinnovamento, che non si pone il tema né dell’egemonia né del consenso, finendo per divenire solo un’ambizione estetica, a tratti narcisistica: è questa la dicotomia nella quale sono stretti l’idea ed il bisogno di una sinistra moderna, che ambisca a governare per rinnovare e a rinnovare per governare, senza cedere da una parte al gattopardismo, dall’altra alla gabbia dorata del minoritarismo.
Di questo credo ci sia il bisogno di discutere, dentro e fuori il PD, anche e soprattutto in Campania.

Senza, come al solito, confondere i congressi con le campagna elettorali, e le stagioni di governo con i congressi; ma sapendo che la qualità e l’orizzonte delle scelte del nuovo governo De Luca saranno decisi – nell’elaborazione, nell’attuazione e nel risultato – anche da come la comunità del PD, partendo dalla nostra regione, deciderà di ripensare se stessa. Riflettendo sulla propria funzione, la propria identità e la propria missione. E dotandosi anche di un nuovo profilo organizzato, magari prendendo a modello proprio il coraggioso esempio di riforma introdotto a Roma da Barca ed Orfini.

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