Tutte le primarie vengono al pettine.

Edward Hopper - Soir BleuL’ultima iniziativa pubblica del Pd a cui ho partecipato e nella quale sono intervenuto per dire la mia credo si sia tenuta nel giugno, forse luglio, 2014: si era nel pieno dell’euforia diffusa per il 40% ed oltre raggiunto da Matteo Renzi alle elezioni europee. Mi permisi di dire in quell’occasione, tra sguardi e orecchi abbastanza disinteressati a dire la verità, che se il segretario-premier e chi per lui, chi con lui, non si fossero posti il problema di trasformare quell’importante risultato di fiducia mediatica in radicamento reale e scelte di coerenza sui piani locali, avremmo a breve assistito alla sindrome del gigante dai piedi di argilla. Dove il gigante era l’indiscussa capacità di Renzi, nel bene e nel male, di stravolgere – con la forza delle idee e dei numeri – l’attuale paradigma politico, e l’argilla era l’eterno riciclo di classi dirigenti locali vecchiamente nuove e nuovamente vecchie, inclini ai più biechi fenomeni di trasformismo e opportunismo, oscillanti tra l’atavico consenso clientelare di alcuni e la mera finzione mediatico-scenografica di altri, spesso senza idee i primi, altrettanto spesso senza coraggio e consenso i secondi. Già la tornata dei congressi regionali aveva acceso alcune spie di attenzione su di un processo di rinnovamento che si era bloccato e limitato a Roma, con le nuove fragili leve promosse da Renzi non impegnate a costruire coraggiose opzioni di cambiamento, ma assorbite in accordi ed accordicchi con i vecchi capibastoni locali, in cerca entrambe le figure di legittimazione reciproca, impegnate entrambe le figure a costruire assetti di conservazione che compiacessero gli schemi di potere romani. E ci troviamo così alla cronaca di questi giorni e di queste ore, tra le denunce gravi di infiltrazioni e di voto di scambio nelle primarie del Pd ligure, e la tragicomica pantomima del percorso delle primarie del Pd campano. E nel mentre la terra di ben due ministri della Repubblica assurge alle cronache nazionali per non proprio nobili motivi, nella regione più importante del Mezzogiorno prosegue l’infinita fiction del partito di Renzi. Con il solito teatrino di dichiarazioni incomprensibili: in Liguria, ad esempio, i problema non è il voto dei migranti, ma il fatto che qualcuno paghi loro (e non solo loro) per comprarne il voto, che è cosa assai diversa e assai più grave. Ed in Campania, sempre ad esempio, è molto strano che i due principali (in termini anche di quantità di voti) sostenitori di Renzi (il sindaco di Salerno De Luca) e di Cuperlo (l’europarlamentare Cozzolino) oggi che sono candidati alle primarie, vengano improvvisamente definiti, dagli alfieri campani e romani del segretario fiorentino e del suo sfidante triestino, come candidati impresentabili: evidentemente qualche mese fa non lo erano ancora, o erano distratti gli attuali censori, non si sa. Ed è proprio la regione che ha dato i natali alla giovane capolista alle europee, Pina Picierno, il territorio dove il PD sta sperimentando il suo cortocircuito più grande: con primarie convocate e rimandate ben due volte, con un gruppo dirigente tutto preso da faide interne ed egoismi personali, con i cosiddetti renziani “doc” a fare la parte dei gufi, prima provando a fare saltare le primarie con manovre di palazzo e dopo scommettendo sul fallimento delle stesse, per poter poi dire “ve l’avevamo detto”. Un Pd che di fatto, quotidianamente, per bocca di autorevoli dirigenti, da Roma a Napoli, sta dicendo agli elettori campani: “Noi non vorremmo fare le primarie perché siamo dei cialtroni e degli imbroglioni, però poi voi votateci ed affidateci la gestione della Campania”. Tutto questo in un contesto avulso dalla realtà, distante dai bisogni concreti ed ideali dei cittadini, un contesto dove il Pd sta perdendo tempo prezioso, rischiando di salvare da una sicura sconfitta elettorale il disastroso Presidente uscente Stefano Caldoro.
Eppure il Pd campano avrebbe una maggioranza larga, eletta con relativo programma solo qualche mese fa. Eppure tutti e tre i candidati al congresso regionale ed i loro sostenitori avevano affermato che il candidato presidente sarebbe stato scelto col metodo delle primarie. Eppure a settembre le giovani leve del renzismo nostrano avevano promosso una mirabile occasione di confronto, la cosiddetta Fonderia, che sarebbe stato un ottimo strumento e palcoscenico per costruire il lancio di una candidatura di rinnovamento generazionale. Eppure è con le primarie che Renzi è oggi segretario del Pd e di rimando anche premier.
Chi scrive, come molti sanno, è ideologicamente contrario alle primarie, per molti e convinti motivi, e come tanti altri avrebbe auspicato la costruzione di un percorso il più ampio e unitario possibile in vista delle elezioni regionali, un percorso che parlasse di programmi e vicende concrete. Ma chi scrive, pensa anche che le regole vadano rispettate, e non possano essere cambiate in corsa: è una questione di rispetto non solo per i candidati, non tanto per il gruppo dirigente del Pd campano (che non ha fatto molto per meritarselo questo rispetto) ma per i cittadini campani, che non possono essere trattati come cittadini di serie B, incapaci di scegliere, impossibilitati a decidere per se stessi. Al fondo, il problema, come dimostra anche questa vicenda, è sempre lo stesso: in questa fase storica le idee, quando ci sono, paiono servire solo strumentalmente a qualche dirigente, per giustificare con una qualche presunta nobiltà le proprie scelte opportunistiche del momento. La politica, invece, dovrebbe essere lo strumento attraverso il quale le classi dirigenti e non solo agiscono in nome e al servizio delle idee, anche quando è più difficile, anche oltre le scelte opportunistiche del momento.
Sarebbe questo il vero cambiamento, ed io confido che non sarà mai troppo tardi per attuarlo.

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