Se il SI ed il NO da soli non bastano. (Brevi riflessioni sul referendum costituzionale del 4 dicembre)

Per chi come me si è iscritto giovanissimo ad un partito, con l’idea e l’adolescenziale presunzione che fosse la politica lo strumento per combattere le ingiustizie e cambiare il mondo, è molto difficile nascondere il disagio per la campagna referendaria condotta da entrambi gli schieramenti. Scomparse quasi del tutto le ragioni del Sì e del No, ci troviamo dinanzi a un susseguirsi di slogan urlati ed applausi esibiti, in un clima di reciproco disconoscimento proprio laddove l’argomento – la Carta Costituzionale – imporrebbe l’ascolto, il confronto e la reciproca legittimazione delle idee altrui.

Il fatto stesso che la principale preoccupazione nel dibattito pubblico non sia quale sarà l’impianto del Paese dopo il 4 dicembre ma quali saranno le sorti interne ed esterne di alcuni partiti e dei loro gruppi dirigenti desta non poche preoccupazioni: immaginate solo per un attimo se Togliatti o De Gasperi avessero sostenuto che la Costituzione del ’48 si sarebbe dovuta approvare per rendere più o meno forti il Pci o la Dc o, peggio ancora, i loro gruppi dirigenti. In particolare, ciò che più lascia basiti è l’accanimento – quasi terapeutico–da parte di tutti i contendenti, contro la politica: “Basta un Sì per diminuire i politici”, recita lo slogan di un comitato; “I politici volevamo mandarli a casa prima noi”, pare fare eco la sponda opposta. In un sistema partitico dove – dal Pd a Forza Italia, da Movimento 5 Stelle a Sinistra Italiana – i gruppi dirigenti dei partiti coincidono come mai nella nostra storia repubblicana in maniera speculare con le funzioni (o le aspirazioni) di governo, ed in ogni caso con il ricoprire ben remunerati incarichi istituzionali, assistiamo quotidianamente a invettive da parte di tutti i partiti contro la politica, i costi della democrazia, a tratti anche sull’utilità di entrambe.

“Tutti i politici sono inutili, un inutile spreco, a parte ovviamente noi” sembra essere il messaggio trasversale, e dal sapore ipocrita, che accomuna il Sì come il No. E non è purtroppo un caso: l’evolversi del sistema politico italiano, non più come rappresentanza di blocchi sociali e visioni della società ma come rincorsa a chi meglio interpreta un sentimento diffuso nell’opinione pubblica (sia esso la rabbia, l’indignazione, la speranza o la paura), ha generato in questi anni una competizione al ribasso non tra progetti politici ma tra ambizioni personali o di cordata. Le stesse frantumazioni esogene del Pd e le stesse strane coppie del No, da Landini a Brunetta, da Di Pietro a Cirino Pomicino, sono solo la logica conseguenza di un sistema politico imperniato non sul confronto di diverse analisi della società e diverse opzioni di governo, ma sullo scontro tra gruppi dirigenti sempre meno rappresentativi della società italiana nel suo complesso.

Scomparsa la questione sociale, rimossi i grandi temi che attraversano il nostro mondo, dalla guerra alla pace, dalla povertà alla disuguaglianza, sul campo paiono esser rimaste solo intricate e spesso autoreferenziali discussioni su temi di tattica – nemmeno di strategia – politica. A sinistra si discute se sia peggio votare assieme a Verdini o assieme a Salvini, a destra se sia peggio farlo assieme a Renzi o assieme a Vendola; nel movimento di Grillo si arrancano frasi fatte contro un impianto costituzionale che mette al centro partiti e governo centrale rispetto a coalizioni e localismi, negando molto di quel poco che del profilo identitario dei cinquestelle era parso chiaro.

La stessa discussione sulla legge elettorale assume a tratti sapori grotteschi: con i cinquestelle favorevoli al proporzionale puro ma contrari a governi di coalizione, ed i nemici delle liste bloccate che tornano ad inneggiare ad i collegi uninominali, dimenticando che anche in quel caso i segretari di partito scelgono i candidati direttamente da Roma. Con l’aggravante che – con la logica della coalizione – sovente il candidato proviene anche dalle fila di un altro partito, e restringendo così, non allargando, il campo della rappresentanza e della democrazia: d’altronde nel lontano 2001 il mio primo voto alle politiche, da militante dell’Unione degli Studenti e della Sinistra Giovanile, con quel sistema maggioritario e a quell’Ulivo che oggi in tanti rimpiangono, fui costretto ad esprimerlo per tal Luigi Nocera, dell’Udeur di Clemente Mastella.

Insomma, in questo dibattito sul referendum costituzionale paiono vivere tutte le ambiguità e le ipocrisie del sistema politico e partitico del nostro Paese, senza eccezione alcuna: d’altra parte, una discussione nella quale la riflessione ed il dubbio vengono tacciati come sintomi di intelligenza col “nemico”, spesso proprio da coloro che saltano con disinvoltura da una certezza all’altra, difficilmente è destinata a produrre buoni risultati. In conclusione, questa riforma – se approvata – non muterà da sola e d’emblée le magnifiche sorti progressive dell’Italia, né la condurrà verso il baratro di una feroce dittatura. Produrrà certo alcuni effetti positivi – soprattutto per quanto riguarda il superamento del bicameralismo perfetto e la diminuzione dei poteri alle Regioni – ed è per questo che, è giusto dirlo, il 4 dicembre voterò Sì.

Ma credo sia chiaro a tutti, ed il dibattito referendario purtroppo lo conferma, che il vero tema da affrontare per il nostro Paese sia quello della ricostruzione delle fondamenta della democrazia, della rappresentanza e dell’autorevolezza e della credibilità delle classi dirigenti: temo che la disputa tra rancore e pressapochismo, qualsiasi sia l’esito referendario, difficilmente saranno sufficienti a raggiungere tale necessario obiettivo.

Questa voce è stata pubblicata in Il partito, La società e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *