Se il popolo ha fame dategli l’Erasmus.

brexitQuando un popolo sceglie, criticare altezzosamente cosa sceglie, scrivere addirittura che sarebbe stato meglio evitare potesse scegliere, mi sembra negare l’essenza stessa della partecipazione.
E’ in base a questo principio, d’altronde, che in Italia ci siamo trovati a subire due anni di Mario Monti.
E non è che se i Greci votano “no” è la vittoria della democrazia, e se gli inglesi votano “leave” è la vittoria del populismo.
Il punto, invece, mi pare un altro: che il popolo, quando ha fame, se non ha il pane, non si può più pensare di promettergli brioche.
Mi interrogherei per questo sul perché gli inglesi abbiano preferito Nigel Farage ad Altiero Spinelli. E sul perché è sensazione comune, opinione diffusa, che se domani si votasse in Francia anziché in Italia, il risultato potrebbe essere simile.
Su questo non c’è buonismo, non c’è romanticismo, non ci sono Erasmus o Interrail che tengano: una comunità ed un progetto politico esistono se incarnano al tempo stesso risposte e prospettive, se rispondono ai bisogni, se danno soluzioni ai conflitti. 
La Brexit non è la fine dell’Europa, è l’ultimo definitivo campanello dall’allarme: ci si sente cittadini se di una comunità ci si auto-percepisce come parte integrante e attiva, se in quella comunità si ha la possibilità di lavorare, vivere, scegliere; chi si sente suddito o sfruttato, prima o poi, a torto o ragione, si ribella o segue chi promette di farlo.

P.s:: d’altronde, tra David Cameron che gioca alla roulette fidandosi dei sondaggi, ed i tanti cittadini inglesi che oggi dichiarano vorrebbero indietro il proprio voto per il “leave”, come se si trattasse di togliere un “like” da FB, una riflessione sulle qualità delle classi dirigenti, la scomparsa dei corpi intermedi e gli effetti della società liquida sulla democrazia prima o poi – prima che sarà poi, e cioè troppo tardi – andrebbe pur fatta.

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