Se attaccare la “Zona rossa” significa difendere lo status quo.

cropped-banner-sito.jpgSe posso dire la mia, e lo dico soprattutto a chi a ragion veduta protesta, dall’EXPO alla riforma della scuola, dal Mous alla TAV, trascinare la discussione in un dibattito sull’ordine pubblico è un errore.  Un errore già pagato a Genova, più o meno un decennio fa. Dove mesi di forum, proposte, idee, elaborazioni, furono spazzati via dal conflitto sulla cosiddetta “Zona rossa“.
Una raffigurazione dello scontro, amplificata dal tritacarne mediatico, di buoni contro cattivi, dove ognuno ha i propri buoni ed i propri cattivi, e dove ognuno esalta o condanna una vetrina sfasciata o una vergognosa manganellata, a seconda dei propri convincimenti, è il danno peggiore che si possa arrecare alle ragioni di chi propone un’altra lettura della realtà. E fa comodo soprattutto a chi ha tutto l’interesse a difendere lo status quo. Il che non significa difendere l’abuso che spesso lo Stato fa del proprio diritto e dovere dell’uso della forza, ma l’evitare di cadere nella trappola di chi vuole che l’asse della discussione e dell’attenzione si sposti esclusivamente su quel fronte. Superare fenomeni di cristallizzazione sociale e politica passa innanzitutto attraverso il conflitto sulle idee, e la relativa battaglia di egemonia culturale sulle stesse.
E’ un lavoro faticoso e difficile. Ma al quale no si può rinunciare, se non ci si vuole rassegnare alla conservazione, al gioco delle parti, agli stereotipi e, per dirla come un famoso pensatore russo di inizio secolo, all’estremismo infantile.

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