Oltre le coincidenze, una breve riflessione sui ballottaggi del 19 Giugno.

arton37299-90b23“Io, come Dio, non gioco ai dadi e non credo nelle coincidenze” scrive William Shakespeare nel Riccardo III, ed ho sempre pensato avesse davvero ragione.
E quindi, se pure è difficile trovare un filo conduttore che vada da Chiara Appendino fino a Clemente Mastella – passando da Virginia Raggi, Giuseppe Sala e Luigi de Magistris – questo voto amministrativo qualcosa deve pur dircelo, in un contesto dove tutti sembrano vincere e sembrano perdere, e dove a Napoli solo un cittadino su tre si reca alle urne per scegliere il proprio Sindaco.
Leggo che tutti, con argomentazioni più o meno sensate, si affannano a scrivere che questo voto punisce le politiche governative del Governo di Matteo Renzi. Come spesso capita, non sono d’accordo: perché il centrodestra sale a parte la Lega che scende, perché i 5 Stelle fanno due gol capolavoro ma sono assenti dalla maggior parte delle altre partite, perché a sinistra del PD mi pare che l’unico significativo segnale di vita sia l’esultanza per i problemi del PD stesso. Ed allora le considerazioni che mi vengono da fare, a caldo, sono tre, e su queste vorrei che in maniera collettiva e diffusa – dentro e fuori il PD – prima o poi potessimo confrontarci: senza urla e senza slogan, ascoltandoci, confrontandoci, provando a fare passi avanti assieme.

La prima. Forse la più banale, ma temo la più vera.
L’idea di un partito liquido che vivesse ovunque della proiezione olografica e mediatica del proprio leader non tiene.
Non funziona, non convince, non vince nemmeno. Perché laddove c’è il conflitto, servono la carne, le ossa, il sangue ed anche l’entusiasmo di quelli che una volta si chiamavano militanti e quadri territoriali.
Quelli che conoscono le strade, i quartieri, le dinamiche del proprio territorio, e che dalle strade, i quartieri e dalle dinamiche del proprio territorio vengono riconosciuti.
Averne negato e cancellato la funzione, in nome di una visione di società dove corpi intermedi e rappresentanza territoriale esistevano solo come conduttori e controllori di voti, è stato un grave errore, che viene molto da lontano, che non è colpa certamente di Renzi, ma che con Renzi è stato perpetuato ed addirittura consacrato.

La seconda. Non è punito il Capo del Governo, e le intenzioni di voto diffuse ieri dai media confermano il comunque alto indice di gradimento che il PD conserverebbe nel Paese in caso di elezioni politiche. Mi pare, invece, sia punito, e pesantemente, il segretario del PD e la sua rivoluzione tradita: perché in quasi tutta Italia, dove tutto doveva cambiare, nulla è cambiato. Sono rimasti immutati i gruppi dirigenti, oggi addirittura fregiati dal bollino dell’innovazione; sono rimasti immutati – e forse peggiorati – i volti, le pratiche, i metodi, i costumi deleteri.
Tornando al primo punto, il problema a volte è proprio quando li conoscono e riconoscono i rappresentanti locali del PD.
Non è un caso che, ovunque, al ballottaggio, gli elettori del centrodestra votino i 5 Stelle e viceversa: i democratici sono avvertiti come un fenomeno di conservazione politica e sociale, ed il vento del cambiamento – che ha fatto così forte Matteo Renzi – non si può accendere e spegnere a proprio piacimento. E se a Roma ci sta anche di correre il rischio di perdere, per ricostruire, avendo tagliato tanti rami secchi, presentarsi a Napoli con Verdini, davvero nulla c’entra con chi diceva di voler parlare ai cittadini e non al ceto politico.

La terza. L’aver mutuato dalle destre – ed anche dai grillini – l’idea che la complessità fosse un disvalore, che tutto all’infuori di se stessi fosse un avversario, aver perso le ragioni dell’incontro a favore di quelle dello scontro a tutti i costi, si è rivelata una strategia perdente: in tutto il campo della sinistra, dentro e fuori il PD. Proprio nelle città, dove più è netto il confine tra innovazione e conservazione, dove più forte dovrebbe essere l’esigenza di unire il fronte progressista e democratico, contro le ipotesi di conservazione o di avventurismo, la scelta dell’autosufficienza è stata punita in maniera netta. Non a caso si vince a Cagliari e Milano, non a caso si perde altrove: che fine ha fatto il centrosinistra, e cioè il campo democratico che assieme si teneva con l’idea di cambiare le comunità ed il Paese, sarebbe una domanda che dovremmo porci tutti assieme.

D’altronde, l’ultimo Consiglio comunale tenutosi a Scafati è da questo punto di vista più simbolico di queste tante parole che ho scritto. Il Sindaco approva il bilancio, e l’amministrazione di centrodestra non cade, grazie al voto determinante di un consigliere comunale proveniente dalle fila del centrosinistra, che per anni è stato coccolato, omaggiato, riverito da tanti esponenti provinciali e regionali del PD, proprio perché detentore di un cospicuo pacchetto di voti. Durante il suo intervento, il suddetto consigliere, giustificando il proprio voto favorevole al bilancio, ha tenuto a ribadire più volte che aveva partecipato anche allo scorso congresso regionale del PD, votando l’attuale segretario regionale, e votando contro di me e l’idea del PD che io e tanti altri rappresentavamo. Come dicevo, e mi dispiace ripetermi, non bisogna mai giocare a dadi e credere nelle coincidenze.

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