Noi, la camorra e la “Terra dei fuochi”.

Il fatto, e il fatto riguarda un lasso di tempo lungo almeno un trentennio: per anni aziende italiane ed europee hanno versato in maniera illegale rifiuti – spesso tossici – nelle terre, nel suolo, nelle viscere della nostra Regione. In qualche caso, in molti casi, le stesse discariche cosiddette legali sono state teatro di atti e depositi illeciti e pericolosi. I fatti, ed i fatti riguardano tutti noi: un ciclo dei rifiuti mai completato, che ha visto riempirsi le discariche esistenti senza che fossero individuate soluzioni alternative, nè da un punto di vista logistico nè di sistema; una raccolta differenziata molto al di sotto degli standard indicati dalla comunità europea; gli interessi economici della malavita organizzata; l’incapacità della politica di costruire partecipazione e quindi soluzioni condivise dal basso e dai territori; il conseguente diffondersi, nella buona e nella cattiva fede, del fenomeno “Nimby”, la teoria del “non nel mio cortile”; una rete amministrativa, un apparato industriale e un “non” senso civico diffuso che sono complici sia della non risoluzione del problema, sia dell’incapacità di progettare e costruire un sistema – anche di sviluppo – alternativo a quello esistente. Le mobilitazioni che in questi mesi stanno animando la “Terra dei fuochi” e la nostra regione, le migliaia di cittadini che finalmente assieme si ribellano e chiedono soluzioni, salute, giustizia, sono un segnale di speranza al quale lesi ha il dovere di guardare con attenzione, rifuggendo dallo speculare inganno della strumentalizzazione e del silenzio. La politica e le istituzioni hanno il dovere di dare risposte, di farlo celermente, e con coraggio e onestà intellettuale.

Da Raffaele Cantone a Franco Roberti, la magistratura ha assicurato – e non avremmo motivo per non crederle – che già dal 1997, e cioè immediatamente dopo le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone, ha indagato su ciò che stava accadendo. Ricordando, e ricordandoci, che purtroppo molti atti rilevati all’epoca non erano perseguibili penalmente, perché divenuti sanzionati dalla legge solo anni dopo. Rimane lo sconcerto per quelle dichiarazioni tenute segrete troppo a lungo(anche se il contenuto di quelle rivelazioni era già pubblico dalprocesso Spartacus, e quindi almeno dal 1998); e rimane altrettanto sconcerto per l’assenza sul banco degli imputati dei due principali colpevoli di questa tragedia: la camorra e noi stessi. Di chi ha avvelenato le nostre terre e di chi glielo ha permesso, di chi cioè – a parte rare eccezioni – non ha visto, sentito, parlato: noi che abbiamo svenduto le terre e non ci siamo chiesti perché non producevano più frutti; noi che in quei cantieri, quelle cave, su quei camion abbiamo lavorato; noi che abbiamo pensato che il tema fosse solo la “crisi della monnezza”, non chiedendoci perché quelle crisi scoppiavano sempre ad orologeria e per coprire quali interessi; noi che quei politici corrotti, o anche solo incapaci, o anche solo ipocriti nel negare un nesso tra incidenza tumorale e deturpazione ambientale, li abbiamo comunque votati.

Oggi reclamiamo tutti, con forza e orgoglio, ribellandoci finalmente, il diritto alla salute, ed è anche per questo che il 16 Novembre saremo in piazza con il #fiumeinpiena.

Ma quel diritto, oltre i cortei, e oltre un necessario sentimento di indignazione popolare, necessiterà di atti e di scelte, che vadano anche oltre la legittima emozione e rabbia del momento. Occorre l’introduzione del reato di danno ambientale; occorre una mappatura celere dei siti e dei terreni, che certifichi parametri e condizioni del suolo, che distingua i siti inquinati da quelli sani, per garantire la salute dei cittadini, dei consumatori e salvaguardare le centinaia di imprese di eccellenza che operano sul nostro territorio; e occorre un’immediata grande opera: la bonifica dei terreni contaminati e la messa in sicurezza di quelli non bonificabili. Facendo attenzione ad un particolare, un particolare grande e annoso come il problema di cui discutiamo: è nelle emergenze che la camorra lucra. Chi e come gestirà le bonifiche sarà il vero nodo dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Questa nuova emergenza dovrebbe trovare una politica, delle istituzioni, una cittadinanza, consapevoli di non doverla vivere come tale, ma come l’occasione per affrontare il punto – vero – della necessaria costruzione di un’alternativa di sistema. Anche perché, seppur non verrà costruito il nuovo inceneritore a Giugliano, le centinaia e migliaia di “ecoballe” rimarranno pur sempre là. Anche perché, se non si definisce un nuovo piano regionale per i rifiuti, che chiuda definitivamente il cerchio, e lo si connette da una parte con una nuova idea di sviluppo, che faccia delle città il luogo fisico-politico nel quale incentrare strumenti di economia sostenibile (smart cities, eco quartieri, risparmio energetico, piani rifiuti zero), e dall’altra con un controllo serio, costante, mirato del territorio, degli appalti, dei lavori pubblici e della rete produttiva, stiamo solo preparandoci, finita questa, ad una nuova grande emergenza.

D’altronde dovrebbe essere questo il tempo delle idee, e se volete anche delle ideologie. E’un’ideologia che ha inquinato le nostre terre: quella della logica del profitto per il profitto, della rendita e della speculazione; quella che per perpetuare se stessa ha bisogno di corruzione, malaffare, elefantismo burocratico, assenza dei processi partecipativi e debolezza della politica e delle istituzioni; quella che tiene legati con un filo nero camorra, i padroni del cemento, l’assenza di politiche redistributive e di sviluppo, un pezzo malato delle istituzioni e del ceto imprenditoriale, l’indifferenza dei cittadini. Un’ideologia che è asservita ad un unico scopo: l’arricchimento di pochi in cambio della vita – la salute, il lavoro, la vivibilità – di molti. A questo dogma ne andrebbe contrapposto uno alternativo, che unisca il mondo del lavoro e della produzione. Da questa unione, dalla costruzione di un progetto che guardi a questo mondo, e che passi per gli interessi legittimi di questo mondo (vivibilità, occupazione, conoscenza, sburocratizzazione, lotta all’illegalità, politiche pubbliche di sostegno alla produzione, sviluppo sostenibile) passa la sfida per la costruzione di una nuova Campania.

Dove i fuochi siano solo quelli della speranza, e non più della morte.

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