L’inutilità di Peppino Impastato.

ImpastatoPeppino Impastato, nato a Cinisi il 5 Gennaio 1948, l’ho incontrato per la prima volta il 13 Dicembre del 2000. Ero appena tornato a casa, dopo aver sostenuto l’esame di Sociologia, un trenta drogato dalla domanda – unica – sul concetto di sovrastruttura in Marx. Faceva freddo, un gran freddo, e non ricordo perché, non ricordo per come, decisi di concludere la mia lunga giornata in compagnia del mio vecchio videoregistratore (si, i lettori Dvd non esistevano ancora).

Ricordo il silenzio della casa deserta, il camino acceso, le voci, le immagini, le fotografie, i dialoghi, i suoni, proprio come se fosse stato ieri, forse più di se fosse stato ieri. Ricordo che alla fine del film piansi, ed anche tanto, come poi mi sarebbe ricapitato solo un decennio dopo, ma guardando il tutto dalla prospettiva e dal tramonto di un altro continente. Il perché allora non lo capii, ma a volte ci capita di comprendere cose che poi ci sveliamo o accettiamo solo qualche tempo, forse anni, più tardi. Solo tempi dopo capii che non mi commossi per il tragico racconto e per la tragica conclusione – beh, si, forse anche per quello – ma per l’inutilità di quella storia e di quella fine.

Piccole storie inutile, avrebbe detto Francesco Guccini. Piccole inutili storie, che alla fine non son servite a nulla, se non a fornire materiale per un bel prodotto cinematografico, per una godibile regia e qualche significativa interpretazione. E poi qualche convegno, qualche citazione qua e là, e – finalmente – con l’avvento di FB, le nostre bacheche invase da bei ricordi, poetiche parole, tanta retorica dei propositi, peggio della quale c’è  solo la prosopopea di chi le storie le scrive avendole vinte. La mafia, e la camorra, e la ‘ndrangheta sono d’altronde ancora tutte là, come la nostra accondiscendenza ad esse. Nelle strade, nelle istituzioni, nell’impresa, negli appalti, nelle coscienze di tanti che amministrano e di tanti – molti – che votano, nelle ipocrisie, nei costumi antichi e nuovi, nel’omertà, nella doppia morale, nei quartieri più poveri e alla cene dei colletti bianchi più ricchi. Ancora tutte là, con la stessa forza, forse con ancora più forza di prima, con la stessa violenza, la stessa capacità di controllo e di mistificazione, la stessa presa sugli uomini e le donne che decidono di subirle o non vederle, che poi è la stessa cosa. Da Scampia a Bergamo, dallo Zen di Palermo a Modena, da Bari Vecchia al consiglio regionale della Lombardia.

Perché la verità è che Peppino Impastato era uno sfigato: malvestito, noioso, si impegnava in politica, era anche comunista. Era pure un perdente. Un tipo “choosy”, avrebbe detto qualche “tecnico” che parla bene l’inglese. Uno sfaccendato, un ribelle, uno senza né arte né parte. Peppino Impastato era un minoritario, un estremista, credeva nel valore della testimonianza e nella possibilità dell’emancipazione, della crescita culturale, della possibilità della politica di non assecondare, né di essere assecondata, ma di parlare alle menti – e ai cuori – delle persone; discutendo, provocando, ascoltando, ma provando a convincere, pensando che il potere è strumento e non fine; e che ci fossero parole ferme, ideali nobili, orizzonti lunghi, luoghi ideali, che non potessero essere barattati, discussi, ceduti. Era uomo poco incline ai compromessi, Peppino Impastato, ma che coltivava sempre il dovere del dubbio.

Ce lo vedreste, oggi, a urlare contro Tano Badalamenti, che la mafia è “una montagna di merda”, mentre qualcuno nel contempo gli starebbe spiegando che con certe zone d’ombra sarebbe opportuno convivere, perché sarebbe comunque meglio che a governare fossimo noi, piuttosto che loro? Ce lo vedreste, oggi,  a discutere di alleanze con gli stessi che avrebbe  voluto e dovuto combattere, solo per qualche consigliere comunale o assessore in più? Ce lo vedreste a parlare di bellezza, magari di smart cities o sviluppo sostenibile, mentre vecchi politici e nuovi elettori gli starebbero spiegando che con “queste cose qua” non si farebbero certo consenso, men che meno voti, insomma non si vincerebbe? Ce lo vedreste a perdere ostinatamente, pur di testimoniare l’alterità e l’alternativa, in un mondo che lo avrebbe giudicato non per cosa avrebbe detto, fatto, rappresentato, ma solo per quanto sarebbe andato veloce, per quanto avrebbe sorriso, per quanto sarebbe stato vincente, non importa in nome di cosa o perché? Ce lo vedreste a ragionare, discutere, esercitare la pratica della riflessione o dell’autocritica, mentre tutti attorno starebbero facendo a gare a chi urla più forte? Ce lo vedreste a sentirsi dire – come allora, d’altronde – che qualora si fosse candidato al consiglio comunale si sarebbe corrotto, avrebbe tradito, sarebbe diventato come gi altri? Ce lo vedreste, oggi, a sentirsi dire che con le sue denunce denigrerebbe la sua terra, colpirebbe l’immagine della sua città, ferirebbe l’economia del territorio? Ce lo vedreste, Peppino Impastato, a discutere di estetica del conflitto, lui che invece parlava del conflitto, e lo praticava, per costruire una nuove estetica e una nuova etica?

Per questo la storia e la fine di Peppino sono state inutili. Perché dalle nostre parti gli eroi non sono solo giovani e belli, ma hanno ragione solo se morti. E perché dalle nostre parti, gli eroi, li uccidiamo due volte. La prima col silenzio – omertoso o complice – e l’indifferenza, quando sono vivi; la seconda, dopo, da morti, quando li neutralizziamo, e li rendiamo cioè neutri: senza conflitto, senza identità, senza carne, senza sangue, ma solo facce da maglietta o frasi da citazione. Quando li mettiamo in naftalina, li esponiamo una volta l’anno, li decontestualizziamo e li usiamo per i nostri fini o i nostri scopi, per quanto nobili possano essere. Perché Peppino Impastato, nel bene o nel male, era un’altra cosa da quello che ci raccontiamo. Perchè morto solo, così come solo era stato nelle battagie che aveva combattuto e nelle idee che aveva sostenuto. E come non è piaciuto allora, a chi comandava ma anche a chi sceglieva chi comandava (e cioè elettori e cittadini), non sarebbe piaciuto nemmeno oggi.

E quindi, quando lo ricordiamo, lo citiamo, lo celebriamo, sarebbe bello ci ricordassimo sempre di tutta questa inutilità, che la sua storia e la sua fine, rappresentano. E che a quell’inutilità rendessimo omaggio, facendola vivere quotidianamente, recuperandone il coraggio e l’umiltà, la voglia di non arrendersi allo spirito del tempo e alla comodità delle convenzioni sociali. Che di quell’inutilità facessimo tesoro, per perdere una, dieci, cento volte, affinché chi verrà dopo di noi, possa continuare a pensare che, per quanto tutto appaia e venga definito così inutile, ha ancora senso restare a combattere per realizzarlo.

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Una risposta a L’inutilità di Peppino Impastato.

  1. Marcello scrive:

    Michele l’inutilità cui fai riferimento è appartenuta almeno una volta a chi da giovane si è affacciato in una sezione o è stato un militante di un’organizzazione giovanile (non sta a me specificare quali). Ma, di grazia, chi risponderà mai alla mia domanda: astratto dalle cronache recenti, come si sposa quel che scrivi quando ci si trova a ricoprire un ruolo di governo, che sia in un’assemblea elettiva delle istituzioni o in un partito? Tu come coniughi questa “inutilità” con il tuo ruolo attuale?

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