L’incredibile storia di Scafatopoli. Ed un finale che deve essere cambiato.

scafativistaLa nostra storia si svolge a Scafatopoli, un allegro e ridente paesino siciliano, che vive sospeso tra il mare e l’Etna.
Sono gli anni cinquanta del secolo scorso, è una calda estate, ed il sole picchia forte su di un fiume che scorre lento tra la schiuma bianca, ed un’aria che la notte si tinge del nauseabondo odore di una discarica. La sera, a cena, a Scafatopoli, si riuniscono tutte le persone in vista del paesino: alla stessa tavola c’è il Sindaco vestito alla moda, come i gangster di oltreoceano, col suo sogno di andare a Roma in Parlamento; c’è la moglie del Sindaco, che fa il deputato nell’assemblea, lì nella vicina capitale della Regione, a Palermo; c’è il fratello imprenditore del Sindaco, che ogni tanto minaccia di tagliarsi le braccia, ma tanto si sa, le piovre di tentacoli ne hanno parecchi; e ci sono i rampolli delle famiglie mafiose, anche loro imprenditori, anche loro persone perbene. Insomma, una riunione di famiglia. Quando sorge qualche problema, invece, chi comanda a Scafatopoli, si riunisce nella fabbrica dell’imprenditore più importante della zona, che produce arance, possiede una squadra di pallavolo tanto seguita in paese e nel tempo ibero fa il mediatore tra il comune e la mafia.

A tavola, o nella fabbrica, si discute un po’ di tutto: di voti, di appalti, di favori, di assunzioni, proprio di tutto insomma.
Si discute, si mangia, e si beve, ma mai – mai – il caffè, giura il Sindaco ogni volta: evidentemente, il caffè, lo rende nervoso.
Quando accade qualcosa che lo preoccupa il Sindaco, come ogni buon cristiano, si rifugia in una delle Chiese del paese, ma a differenza di ogni buon cristiano, non prega in silenzio, bensì parla, anzi, fa i comizi: ma si sa, a quei tempi, nella Sicilia degli anni ’50, spesso il potere usava il mantello del’incolpevole Madonna per coprire i suoi peccati, diciamo così.

Un tempo Scafatopoli, attraversata da uno splendido fiume, era definita la piccola Venezia ed il suo simbolo era una Torre.
Oggi, dopo i bombardamenti delle forze alleate, e quelli del Sindaco, il simbolo del paesino è diventato un buco gigantesco al centro dell’abitato: dove prima vi era uno storico palazzetto dello sport, i cittadini di Scafatopoli – negli anni in cui si svolge la nostra storia – possono ammirare lucenti macerie, costate non poco alle casse del Comune che, tra l’altro (ma si sa, la ricostruzione post bellica ha i suoi costi) ha le tasse più alte del comprensorio.
A Scafatopoli, d’altronde, non vi sono nemmeno le fogne, anche se inaugurate almeno tre volte, ma – anche questo si sa – quanti paesini a quel tempo avevano le fogne?
Insomma, la vita in quel tranquillo paesino scorre così, tra qualche morto ammazzato, una piccola estorsione, una minuscola bomba (che il Sindaco soleva scherzosamente definire Trick-Track) e l’imperativo di non parlare mai di queste cose, perché la mafia non esiste, e se esiste non si sente, e si sente non si dice perché si arreca danno all’immagine, e pure se si arreca danno bisogna essere orgogliosi di Scafatopoli.
Il fatto, però, è che tra i ratti e le blatte che scorrazzano liberi in quella calda caldissima estate, c’era davvero chi di Scafatopoli era orgoglioso. E per questo non si rassegnava ai mafiosi in processione, alle mazzette, ai mandamenti della vicina Palermo che pure loro volevano la propria fetta di torta, alle fabbriche che chiudevano, alle persone che scappavano via da dove erano nate o ci morivano di fiume, di discarica o di inerzia.

Perché Scafatopoli ad essere bella, era bella. E’ bella.
E non erano e sono belle solo le sue pietre, le sue vie strette, le sue piazze. Era bella, ed è bella, la sua anima, fatta di una storia di fatica e di sudore, di fabbriche di cotone e di tabacco, di campi rossi come il pomodoro e colorati come i fiori, di un acqua pulita che correva verso il golfo più bello del mondo.
Era bella l’anima di Scafatopoli, anche in quegli anni, l’anima di tante persone perbene che ogni giorno ne ricordavano la storia e ne provavano a scrivere il futuro, si recavano a lavoro, aprivano serrande, vivevano le strade, animavano circoli e associazioni e parrocchie e quant’altro accendesse piccole fiammelle di speranza.
E’ per quella bellezza che qualcuno, pochi o tanti non importa, decise di resistere.
Perché i finali delle storie le storie, soprattutto quelle brutte, possono cambiarle.

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