Io ci giravo già vent’anni fa. Renzi, De Mita e la Sinistra Giovanile.

Capitano a volte coincidenze strane. Ma siccome io alle coincidenze non credo, succede che spesso mi auto-costringo a riflettere sul perché e sul per come delle cose. Ieri pomeriggio, ad esempio, l’onorevole Pina Picierno, deputato del Partito Democratico, amica coraggiosa da sempre impegnata in altrettanto coraggiose battaglie, col suo solito ironico e beffardo stile, ha annunciato il suo sostegno alla candidatura di Matteo Renzi:

Picierno Renzi

Oggi pomeriggio, invece, alle 18.00, a Salerno presenterò il libro di Samuele Mascarin, “Il coraggio di essere giovani”, saggio lucido e attento sulla storia della Sinistra Giovanile. la giovanile di partito dei Democratici di Sinistra. Nei Democratici di Sinistra, volendo essere precisi.

Pensa e ripensa, somma e collega, mi è tornato in mente questo:

Sinistra Giovanile e De Mita

Correva l’anno 2006 e – come si legge dall’articolo – ero un 24enne segretario di federazione della Sinistra Giovanile. La mia amica Picierno era presidente nazionale e regionale dei Giovani della Margherita. C’erano i Democratici di Sinistra, la Margherita, Fassino, Rutelli, addirittura Di Pietro, e si parlava di liste unitarie e di Ulivo. Io e i miei amici e compagni – Roberto, Peppe e Antonio – pensammo all’epoca di dire pubblicamente una cosa per noi scontata, ma che creò un putiferio di dimensioni difficilmente preventivabili: a rappresentare come capolista l’Ulivo doveva esserci un esponente di una nuova generazione, o comunque un simbolo di quel mondo del lavoro, del precariato giovanile, dei saperi, che pensavamo dovesse essere l’asse fondante di quel nuovo progetto politico. Lo facemmo senza invocare sacri lavacri, senza sentirci eroi, senza negare storie o evocare conflitti puramente generazionali, senza chiedere il pensionamento anticipato per questioni anagrafiche per nessuno: che Ciriaco De Mita fosse in quella lista – erano liste bloccate -anche il numero 2 non ci avrebbe certo turbato il sonno. Fare i costruttori di soffitte non era certo la nostra ambizione.

Successe il finimondo. Intervenne anche e addirittura Romano Prodi. E partì il valzer dei retroscena: “La Repubblica – Napoli” teorizzò persino che la nostra uscita fosse stata orchestrata da Antonio Bassolino in persona – all’epoca Presidente della regione Campania – per lanciare al leader irpino un messaggio sulla composizione della Giunta regionale e in particolare sull’assessorato alla Sanità. In contemporanea molti alti dirigenti dei DS dell’epoca ci telefonarono producendo “cazziatoni” di alto profilo, spiegandoci che poteva aprirsi una crisi in Regione a causa del nostro comunicato, che gli altri (la Margherita) non credevano fosse una nostra uscita autonoma, perché – sempre gli altri (la Margherita) – i “comunicati dei loro giovani li controllano prima di farli inoltrare alla stampa”. D’altronde, continuò la ramanzina, in fondo “chi rappresenta i loro giovani li scelgono direttamente loro”. Noi quattro, comunque, ci eravamo permessi solo di dire quello che pensavamo, caratteristica che – anche se le nostre strade poi si sono divise – preserviamo con orgoglio tutt’ora.

In ogni caso, tornando alle nostre coincidenze, che poi coincidenze non sono, l’attacco pubblico più violento, ce lo fece proprio la nostra amica Picierno, che ci diede dei “vetero-comunisti” che “non hanno alcun rispetto per le storie politiche e personali di chi li ha preceduti”. Due anni dopo – è storia nota – Pina divenne poi Onorevole, capolista del PD nel collegio di Campania 2, proprio al posto di Ciriaco De Mita. Io al Partito Democratico,nel frattempo, non mi iscrissi nemmeno: questa idea delle storie che si cancellavano in nome di un nuovismo senza radici nè futuro, non mi affascinava. Poi nacquero i Giovani Democratici, e con Pina mi incrociai e scontrai di nuovo al congresso regionale della Campania che mi elesse segretario, nonostante la contrarietà di certi ambienti (storiche le telefonate ai delegati di Beppe Fioroni da un letto di ospedale, dove era costretto da una peritonite) che mi consideravano simbolo del vecchio in un partito che – imperava la legge veltroniana – doveva essere del tutto nuovo.

In effetti forse Francesco Guccini aveva torto: alle cose è meglio arrivarci per contrarietà, se così si può dire. Ma comunque, l’importante è arrivarci, anche se con un pò di ritardo.

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