Il Pd non deve usare il “metodo grillino”

Michele Grimaldi Quarto MattinoDurante i lunghi anni del berlusconismo imperante, ero solito dire che mi preoccupava non tanto il Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in noi. E cioè quel cedimento, innanzitutto culturale, che stava portando la sinistra italiana a una mutazione genetica, e che vedeva tanti recepire e mutuare la stessa impostazione valoriale e sociale di quella destra. Un cedimento, divenuto in molti casi subalternità, e che aveva paradossalmente portato un pezzo della sinistra del nostro Paese ad ingaggiare una battaglia – perdente – contro l’allora leader della Casa delle Libertà, imperniata da una parte su di un giustizialismo manicheo, dall’altra sulla ripetizione dei suoi stessi schemi organizzativi e comunicativi, sia nella forma che nella sostanza.

E’ nelle scorie di questo processo che affondano le proprie radici l’astensionismo diffuso, la crisi dei corpi intermedi, la progressiva perdita di valore della funzione di rappresentanza; ed è dalla rinuncia al conflitto sui temi sociali per cedere alle sirene del moralismo (spesso ipocrita), dall’aver abdicato ad un progetto di rinnovamento profondo della società in favore di una visione legalitaria e conservatrice, dall’aver permesso che le categorie “destra e sinistra” fossero sostituite da quelle “onesto e disonesto”, che nasce e prolifera il Movimento 5 Stelle. Che da quelle scorie ha legittimamente tratto ispirazione e linfa, rappresentando sotto forma di proposta politica ed elettorale un’impostazione culturale oramai divenuta maggioritaria nella società italiana. Col silenzio assenso, e spesso il sostegno interessato, di buona parte dei media, ivi compresi quelli di proprietà dello stesso Silvio Berlusconi, e con l’alzarsi della bandiera bianca delle ragioni del mondo del lavoro, della produzione, della cultura, della solidarietà.

È proprio per questo che, oggi come allora, credo che per la sinistra il problema non siano tanto – solo – Grillo ed il Movimento 5 Stelle in sé, quanto il grillismo in noi. Ed è proprio per questo che mi lascia estremamente perplesso l’atteggiamento del Partito Democratico a seguito delle gravi, gravissime, vicende di Quarto. Credo sia sbagliato puntare l’indice contro tutto il Movimento di Grillo: conosco tanti, tantissimi, elettori, militanti ed anche dirigenti di quel partito. Sono cittadini e persone perbene, che credono convintamente nelle proprie idee (che io spesso non condivido) e per quelle si impegnano quotidianamente, anche con grossi sacrifici. E ritengo che anche in questo caso occorra essere garantisti, ed aspettare l’esito delle indagini prima di pronunciare sentenze definitive, in tutti i sensi.Scrivo questo perché penso che si dovrebbe sempre avere rispetto dell’impegno altrui e mai cedere alla tentazione delle generalizzazioni, per quanto facili o comode. E perché sono convinto che questa grave vicenda, possa indurre in tutti noi – ed anche nei 5 Stelle – la necessità di una riflessione seria su cosa sia la politica e cosa significa dedicare ad essa pezzi consistenti del proprio tempo, soprattutto nel Mezzogiorno. Una riflessione – anche autocritica – sulla propaganda spesso usata come machete giustizialista e qualunquista (“sono tutti uguali”, “rubano tutti”, “Se sei iscritto a un partito di corrotti, sei corrotto anche tu…”); sulla selezione delle classi dirigenti, perché quando si passa dal banchetto al governo, forse i “like” e le primarie sui social non sono strumenti sufficienti a garantire una tenuta di legalità e di buona amministrazione; sulla necessità di spostare il confronto da una visione ideologica e una rappresentazione manichea tra onesti e disonesti (che chiunque si impegna in politica dovrebbe essere onesto e chiunque delinque dovrebbe essere rinchiuso nelle patrie galere, indipendentemente dal colore politico) ad una discussione vera, ed anche a divisioni vere,  sulle idee, sulle cose, sulle soluzioni. Sono temi che ho sollevato anche per le vicende interne del mio partito: dalla riforma del sistema delle primarie al funzionamento degli organismi dirigenti, dalla necessità di un dibattito urgente sulla funzione della rappresentanza e dei corpi intermedi al bisogno di rinnovare profondamente pratiche e modus operandi spesso sbagliati e deleteri. Per questo mi auguro che in tutto il Movimento 5 Stelle la storia di Quarto possa contribuire ad aprire una riflessione seria e profonda, e che i leader del direttorio grillino, Di Maio in testa, abbandonino la deriva savonaroliana che spesso connota i propri interventi pubblici e si facciano carico, anche all’interno del proprio partito, di una funzione di direzione politica vera: che significa assumersi responsabilità, fare scelte anche impopolari, spostare il dibattito pubblico sui problemi e le scelte di governo reali, dall’Italia fino al più piccolo comune del nostro Paese. E proprio per questo, soprattutto per questo, penso sia sbagliato l’atteggiamento del PD di queste ore. Il partito che dice di amare e difendere la Costituzione e le istituzioni, che ha attaccato i 5 stelle per lo scarso rispetto dimostrato per l’aula e in aula, per le regole della democrazia e spesso anche per gli avversari, non può replicare le stesse pratiche, gli stessi metodi. Non può cioè essere un’imitazione all’incontrario del Movimento, né rifugiarsi nell’illusoria consolazione del dire “avete visto, anche loro?”. Il rischio è contribuire a creare un’incomprensibile caciara, dinanzi alla quale i cittadini alimentino la proprio disillusione, scegliendo così la strada dell’astensionismo. Il Pd deve riportare la politica ad essere il luogo del confronto sui problemi e le scelte reali: ricostruire questa idea è l’ambizione che dovrebbe avere chi ha a cuore le Istituzioni ed il futuro del nostro Paese.

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