Il cuore della Città.

Il cuore della Città

Il 1 Dicembre (ore 10.30, Sala Don Bosco) ci vediamo per discutere del “PUC” (Piano urbanistico comunale) e del futuro della città di Scafati. Non è solo una questione tecnica o amministrativa: si discute dell’identità del nostro territorio, del come e del dove potranno vivere i nostri figli, di sviluppo, di ambiente, di opportunità. Sarà, come nostro solito, come “Primavera non bussa” è abituata  fare, una discussione concreta e sincera, nella quale diremo ciò che ci convince, ciò che ci preoccupa, ciò a cui ci opporremo fino in fondo. Vi invitiamo a partecipare, a dibattere, a intervenire. Democrazia è partecipazione e cioè non rimanere in silenzio mentre altri decidono per noi. D’altronde prima d’edificare una casa, crediamo che tutti vogliano verificare la bontà del progetto, la sua fattibilità, la vivibilità che esso assicura, addirittura l’arredamento. Ci auguriamo che fareste, e farete, lo stesso per quanto riguarda la casa di tutti noi, e cioè la nostra Città.

Di seguito vi segnalo due brevi scritti (di Tocci e Sapelli) che possono costituire un utile contributo al tema.

Il politico

Più grave è, infine, il tradimento della missione del politico, poiché incentiva tutti gli altri soggetti a venire meno ai rispettivi ruoli. Sono rari i casi di amministrazioni che hanno saputo dirigere i processi di trasformazione senza soggiacere alle pressioni degli interessi di parte. La cosiddetta urbanistica contrattata ha consumato i suoi fasti senza un’adeguata riflessione sulle implicazioni istituzionali ed economiche. Se essa fosse coerente con i propri assunti teorici dovrebbe fondarsi su procedure molto ben strutturate, pur diverse da quelle della vecchia pianificazione. Quando un assessore concede una variante urbanistica crea una rendita che andrebbe ripartita tra il pubblico e il privato secondo criteri trasparenti. Al massimo dei valori in gioco nella trattativa corrisponde il minimo delle regole che dovrebbero giustificarla. L’autorizzazione di un passo carrabile è regolata da norme stringenti per ottenere un equilibrio tra il vantaggio privato e il ristoro pubblico, invece l’approvazione di una variante urbanistica è per lo più affidata alle scelte soggettive degli amministratori, messe a rischio dagli alti valori economici in gioco.La cultura giuridica più avveduta ha messo in luce la nudità normativa di queste decisioniche stride con la portata degli interessi coinvolti. In assenza di regole la giustificazione rimane affidata alla retorica del discorso politico. Capita, ad esempio, che un sindaco si vanti di aver ottenuto la costruzione di una strada in cambiodi una variante. E’ accettato spesso come un argomento positivo, pur essendo privo di qualsiasi dimostrazione. Infatti, non viene mai detto quanto vale quella strada rispetto alla rendita che è stata assegnata al proprietario, se quell’opera era già un obbligo per il costruttore, quindi se il sindaco ha ottenuto poco o tanto, né se in quella trasformazione sono coinvolte ulteriori esigenze infrastrutturali che, essendo a carico del comune, rischiano di determinare un saldo negativo per l’interesse pubblico. Raramente le amministrazioni hanno sentito il dovere di fissare a priori un qualche riferimento per il riparto dei vantaggi tra pubblico e privato. Ad esempio, il Comune di Padova ha stabilito che la quota di plusvalore non deve essere inferiore , per l’amministrazione, al 60%, compiendo così un forte passo avanti nella certezza delle regole e della trasparenza, ma altresì facendo sorgere domande sostanziali ancora più impegnative – perché il 60% e non il 30% oil 90%? – riguardo ai parametri di misura dell’utilità collettiva. Non c’è da stupirsi, quindi, se in tale opacità di interessi pubblici e privati la politica smarrisca la responsabilità del governo. Le cause sono per lo più interne all’organizzazione del ceto politico, ma certo lo sviluppo della rendita è stato un potente catalizzatore della crisi. La maggior parte delle vicende di corruzione di cui si è parlato negli ultimi tempi riguardano operazioni urbanistiche. Così come non c’è da stupirsi se spesso queste vicende colpiscano la credibilità delle amministrazioni di sinistra, scelte dai cittadini proprio per tutelare il primato dell’interesse pubblico, e abbiano poco risalto quando si tratta di amministrazioni di destra, per le quali la tutela della rendita è quasi un programma genetico.Il nesso tra sviluppo della rendita e mutazione della classe politica è largamente sottovalutato sul piano teorico, nonostante l’abbondanza di dati empirici che ne segnalano la rilevanza. Un osservatore acuto come Giulio Sapelli ne ha fornito una chiave interpretativa originale: “..la maggioranza delle classi politiche attinge dal territorio, e non più dallo Stato centrale, le risorse economiche del suo ciclo vitale. Passato il tempo delle industrie e delle banche pubbliche nazionali, rimangono i monopoli e gli oligopoli locali non quotati in borsa e non sottoposti alle regole di governance.. Io lo chiamo neopatrimonialismo partitocratrico e ne temo gliesiti, a cominciare dal discredito che getta sull’esercizio stesso della politica”. Se leggiamo la politica solo in senso deteriore come una sottrazione di risorse, si è avuto un cambiamento rilevante nella fonte del prelievo: prima era l’accumulazione capitalistica, ora èl’ambiente fisico e quindi in ultima analisi la vita quotidiana dei cittadini. Nel mutare della fonte entra in gioco una complessa ristrutturazione delle forme politiche. Il venir meno dello statalismo,infatti, toglie ai partiti ben più di un sostentamento economico, elimina un’armatura su cui poggiare la rappresentanza politica, l’identità culturale e i modelli organizzativi. Nel caso italiano il passaggio è stato più dirompente che altrove poiché il paradigma statale sosteneva potenti e radicati partiti di massa.In seguito alla rottura di quei grandi contenitori di politica organizzata le acque si sono disperse nel territorio generando tanti rivoli e melmosi impaludamenti. Nel passaggio dallo statalismo al neopatrimonialismo descritto da Sapelli si consuma una trasformazione profonda dell’essenza dei partiti.A questo punto perfino la parola partito porta consé un equivoco semantico, la usiamo per pigrizia alludendo alla vecchia forma del partito nazionale,applicandola impropriamente alle nuove forme politiche di controllo del territorio.Queste assomigliano all’organizzazione in franchising delle reti di vendita delle agenzie immobiliari, nate come funghi in tutti i quartieri delle nostre città nel giro di pochi anni. Ciascun negozio ha un gestore autonomo degli affari, ma la rete di cui fa parte appare come un’azienda unica, perché è tenuta insieme da un marchio e da un marketing a livello nazionale. Entrando inun’agenzia di Tecnocasa o di Toscano si tratta con un rivenditore locale, ma si ha l’impressione dientrare in contatto con un grande gruppo, il quale proprio per questo sembra dare garanzie di affidabilità. Anche i partiti vanno assumendo ormai questa organizzazione in franchising: sono tenuti insieme dal simbolo e da leader televisivi, ma sono ormai costituiti da un insieme di notabili localidotati di una forza elettorale personale che spesso trasportano da una lista elettorale all’altra. La struttura politica è falsamente unitaria e la divisione dei compiti è netta: i notabili alimentano il patrimonio e i leader curano il marchio; ai primi il voto di scambio e ai secondi il voto di opinione. Non sono ammesse invasioni di campo, dal locale non vengono obiezioni sulla linea politica nazionale e viceversa i leader lasciano fare la gestione dei patrimoni locali. Spesso ci si stupisce nel vedere segretari di partito incapaci di far dimettere esponenti locali di cattiva fama. Ma non è questione di cattiva volontà o di scarsa autorevolezza, è la conseguenza strutturale di quella forma partito, la richiesta di dimissioni non fa parte del patto di franchising che lega i leader con i notabili. Nel caso di Forza Italia si aggiunge un potente feedback sul leader nazionale, il quale non solo è responsabile del marchio, ma rappresenta anche la più corposa espressione del modello patrimoniale che i suoi adepti replicano sul territorio. Altro che partito di plastica, quello azzurro è la massima espressione della tendenza verso il neopatrimonialismo politico.Questa forma articolata conferisce ai partiti un carattere leggero e flessibile: è evidente il ritmo vorticoso con cui si formano, si dividono e si riaggregano. A dispetto di tale leggerezza esteriore è però una forma politica molto pesante, poiché costruisce casematte inespugnabili e capaci di controllare tutte la transazioni che operano sul patrimonio politico territoriale. Che tutto ciò possa costituire il brodo di coltura di una nuova questione morale è del tutto ovvio, l’anomalia consiste semmai nell’accorgersene, come sempre è accaduto nel nostro paese, solo dopo l’iniziativa dei magistrati, quando sarebbe bastato uno sguardo sufficientemente attento per vedere come si andava organizzando la politica italiana nella Seconda Repubblica. Al di là del malaffare, questa forma politica è responsabile di guasti ancora più profondi nel funzionamento della cosa pubblica. I partiti in franchising sono adatti ad attrarre clienti, non i cittadini che vogliono partecipare alle scelte; sono concentrati sul mantenimento dello scambio locale e quindi rimangono indifferenti all’elaborazione di programmi di governo nazionali; sono forme notabilari e perciò preposte al mantenimento di un ceto politico, ma non alla selezione di una classe dirigente.Non si può addebitare allo sviluppo della rendita tutta la responsabilità della mutazione, ma certo non è privo di significato l’isomorfismo dei partiti in franchising e delle reti divendita della ricchezza immobiliare.Sono entrambe espressioni del neopatrimonialismo inteso come forma tendenziale della società italiana.Walter Tocci

Da: L’INSOSTENIBILE ASCESA DELLA RENDITA URBANA , Saggio pubblicato su Democrazia e Diritto, Trimestrale dell’Associazione CRS (Centro studi e iniziative per la riforma dello stato), fascicolo 1/2009, edito da Franco Angeli.

“Tra rendita urbana e rendita finanziaria” 

“Il fenomeno dell’espulsione dei residenti abituali dai centri storici in tutto il globo è noto da tempo e dovuto all’aumento dei prezzi delle aree abitative in misura esponenziale. Soltanto in Italia, delresto, tra il 1998-2005 l’aumento medio dei valori immobiliari è stato del 69%, a fronte di un aumento dei redditi del 16%. La città europea e nordamericana, salvo quelle eccezioni straordinarie che sono ancora le città dell’automobile e della siderurgia negli Stati Uniti, è radicalmente cambiata. Non è più lo spazio della riproduzione di una forza lavoro industriale, i cui rappresentanti politici cogestivano interclassisticamente le funzioni di urbanizzazione in un complesso equilibrio tra conflitto e partecipazione.  I conflitti francesi nelle banlieue sono stati i più esemplari epifenomeni di quanto intendo significare: la nuova produzione immateriale – autonoma, diffusa, piccola e media attorno alla famiglia che svolge attività d’intrapresa in forme nuove rispetto al passato – è ancora istituzionalmente invisibile e per certi versi ingovernabile proprio laddove – la città medievale e poi borghese – era nata l’idea stessa di governo della polis. Su, in, tra, questa informalità invisibile si incista, con prepotenza, un’altra forma di rendita: quella finanziaria, mondializzata per eccellenza e per definizione, che non ha nulla di embedded ma tutto di transnazionale, e che pure deve trovare un punto di appoggio per la stessa logica della sua valorizzazione, che altrimenti non diviene possibile. Rendita urbana, rendita fondiaria, rendita finanziaria si fondono in un magma di frattali. Ma questa funzione è potentissima, perché senza la finanza la rendita urbana non si realizza. Questa è l’altra grande trasformazione sotto i nostri occhi. Lo stesso marketing territoriale perde la sua densità ricreativa e da competizione des loisirs, per divenire ipostatizzazione di un midollo di governo cittadino assimilato –  tragicamente – a quello delle imprese capitalistiche. Le città si fanno portatrici di una vera e propria politica economica diretta transnazionalmente, dalle società immobiliari e finanziarie più aggressive che hanno per oggetto aree edificabili e piani di rientro dagli indebitamenti che si sono rivelati disastrosi. Viene delineandosi una vera e propria simmeliana aggregazione di società segrete che hanno come fine, nelle nuove città, di allocare interessi finanziari, politici, immobiliari che ovunque hanno una trama finissima di relazioni omofiliache, familiaristiche, consanguinee.”

Giulio Sapelli

Da: TRA RENDITA URBANA E RENDITA FINANZIARIA: LA CITTÀ A FRATTALI, pubblicato in “Il contrasto alla rendita. Le nuove sfide dell’economia urbana” supplemento aln. 2/2011 del quadrimestrale “Scelte pubbliche” curato da C. Agnolettie e S. Di Maio.

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