Grillo, la mensa di Pomezia e Masaniello.

Masaniello_ritratto_da_micco_spadaroA Pomezia il Sindaco a 5 Stelle Fabio Fucci ha proposto due menù per i bambini che usufruiscono delle mense scolastiche: uno, più caro, solo per chi può permetterselo, con il dolce; l’altro, più economico, che si ferma al secondo.

Non è questa una semplice sgradevole vicenda. Come tutte le scelte amministrative, anche quando mascherate da meri atti burocratici, vi è sempre una scelta ideale, o addirittura ideologica, di fondo. E in questo caso ve ne sono addirittura due.

La prima.

Mi dichiaro subito: il sottoscritto è anche un convinto sostenitore dell’obbligo del grembiule o della divisa scolastica per le scuole primarie. La scuola, e cioè il primo contatto che un soggetto in formazione riceve con una struttura istituzionale, è il principale luogo di formazione dei futuri cittadini. E questo non passa solo per i programmi o le scelte didattiche, ma anche dal modello culturale che il sistema saperi sceglie di adottare. Ho sempre creduto che la scuola dell’obbligo debba essere sinonimo di emancipazione e solidarietà, se volete di uguaglianza, di sicuro non di selezione e competizione. Un luogo dove, come dinanzi alla legge, nelle possibilità di apprendimento e – più in là – di valutazione si sia tutti uguali. Proprio per questo ho sempre pensato che il principale compito di maestri e insegnanti fosse quello di includere, aiutare, gettare le giuste basi per la creazione di futuri percorsi di vita.

Non certo ergere le prime barriere, in un età, tra l’altro, dove spesso – quasi sempre – possibilità e selezioni non sono mai frutto delle capacità dello studente, ma solo il risultato delle sue origini sociali e/o geografiche. Per questo la vicenda della mensa differenziata per estrazione sociale non è solo un fatto sgradevole, ma la scelta – di una scuola, di un’amministrazione, di uno Stato – che in maniera simbolica dicono al bambino che quel luogo non serve ad annullare le differenze, almeno di opportunità, ma a fotografarle. Che c’è chi può e chi non può, per capirci, e la dicotomia tra il potere e non potere sta nelle condizioni economiche dei propri genitori. Come sarà per poter continuare a studiare, o avviare un’impresa, o ottenere un mutuo da una banca.

La seconda.

Direttamente connessa con la prima. Che questo mondo, questa società, questo sistema così come sono, non funzionino, a parte pochi privilegiati – che delle sperequazioni godono – credo siamo tutti d’accordo. E per questo urliamo, protestiamo, lottiamo, ci battiamo. La rabbia la sentiamo tutti, sulla pelle, il sangue, la carne viva di chi subisce ingiustizie, torti, soprusi. E’ la rabbia che anima chi vuol far politica per cambiare le cose. Ma poi c’è un punto, ineludibile in politica, così come nella vita. Che fare quando, dopo la rabbia, si ha il consenso – e il potere, la politica è questo – per cambiare ciò non va. E a questa domanda si può rispondere solo risalendo all’origine, alla domanda principale: che idea di società ho, abbiamo, in mente?
E’ questo lo scoglio, il faro rotto, dove sbattono, si arenano, i 5 Stelle alla prova del governo, a Pomezia come a Parma.
Senza una risposta a quella domanda, quando poi le scelte occorre farle, non solo subirle o criticarle, avviene il cortocircuito.
Nella rabbia si è facilmente uniti, nella costruzione della risposta è certo più difficile esserlo: perché occorre decidere, alla fine, da che parte stare, chi contestare, quali opzioni sociali o economiche privilegiare o colpire.
Quel noi che vuole vincere urlato da Beppe Grillo, dopo aver abbattuto, se ci riesce, deve decidere come e cosa costruire, quali legittimi interessi servire, quali alternative ideali e programmatiche seguire.
Il discrimine su cui si costruisce una rivolta non può essere la diversità morale o giudiziaria: in un mondo normale – da destra a sinistra – l’onestà dovrebbe essere un prerequisito inalienabile.
La scelta, vera, dovrebbe essere su quali politiche economiche, sociali, culturali, ambientali mettere in pratica quando si governa.
Anche perchè, spesso, le rivolte alimentate solo dall’odio e non da obiettivi politici, per quanto radicali, finiscono con Masaniello ben vestito alla corte del Re, o con il proprio leader in giacca nello studio di Vespa. La mensa a razioni variabili, quindi, sarà forse sembrata una facile scorciatoia al Sindaco di Pomezia.
Ma le scorciatoie, come le bugie, hanno le gambe corte.

Ps: Sarebbe davvero bello se Andrea Scanzi e Marco Travaglio dicessero qualcosa contro chi organizza processi popolari contro giornalisti sgraditi.

 

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Una risposta a Grillo, la mensa di Pomezia e Masaniello.

  1. Marcello scrive:

    Grazie.

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