Gli idraulici di Casapesenna e la camorra che uccide le nostre terre.

Terra-dei-fuochiQuesta storia parla di camorra, impresa, politica. Dei loro legami e delle connessioni tra le classi dirigenti della nostra regione con le zone d’ombra della malavita di strada e della mafia dai colletti bianchi. Racconta di enormi quantità di denaro, di appalti pilotati e di voto di scambio, di risorse scippate alla Campania, di inquinamento della vita democratica e di ferite, spesso mortali, lasciate sulla pelle dei nostri territori. Una storia fatta di intercettazioni, intrecci familiari, antichi e nuovi sistemi di potere, di cani rabbiosi che spolpavano e spolpano le nostre terre.

A fronte di una rete idrica non proprio all’avanguardia a livello internazionale, ad esempio, la Campania ha speso negli ultimi anni centinaia di milioni di euro in appalti per somma urgenza. Milioni di euro finiti nelle casse del clan dei Casalesi che, come emerso dalle indagini – il Gip Egle Pilla ha emesso un’ordinanza cautelare nei confronti dell’ex sindaco di Caserta Pio Del Gaudio, l’ex consigliere regionale Angelo Polverino, il deputato Carlo Sarro e l’ex senatore Tommaso Barbato – si avvale di molti imprenditori e talvolta si costituisce esso stesso in attività di impresa, per reimpiegare le somme di denaro provenienti dalle attività criminose e per assicurarsi liquidità finanziaria.

Era Francuccio Zagaria, per conto del cognato, il boss Michele Zagaria, a gestire i rapporti con le amministrazioni pubbliche, come Regione e Provincia di Caserta, che come ricorda il pentito Massimiliano Caterino, “prescindevano totalmente dal colore politico delle amministrazioni” e riuscivano a garantire innumerevoli appalti agli imprenditori legati al clan. Vi era un preciso metodo di ripartizione dei lavori privati e pubblici sui territori controllati dagli Zagaria: è lo stesso boss Antonio Iovine a dire che “gli imprenditori facevano molto comodo perché costituivano una fonte di finanziamento molto preziosa”. Alcuni di questi, come nel caso di Pino Fontana, si erano addirittura finti vicini al movimento antiracket,  per poi restituire al clan l’indennizzo ricevuto per una denuncia di pizzo. E’ il “sistema”: strumento di sostentamento stabile e di apparente provenienza lecita per i clan, i quali in cambio corrispondono somme di denaro ed appoggio elettorale. Il PM Borrelli, in conferenza stampa, si è lasciato andare ad una battuta amara: “Quei milioni di euro in appalti per somma urgenza sono stati aggiudicati solo a ditte di Casapesenna, come se al di fuori di quel Comune non ci fossero idraulici”.

D’altronde questa cittadina di 6.715 abitanti in provincia di Caserta ritorna spesso nelle indagini, nelle ordinanze e nelle sentenze della magistratura campana. Qualche mese fa, presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere è iniziato il processo contro Fortunato Zagaria, ex primo cittadino proprio di Casapesenna, accusato di violenza privata con l’aggravante di aver agito favorendo l’ex boss dei casalesi Michele Zagaria. All’atto del suo insediamento Giovanni Zara, il sindaco che successe a Zagaria, aveva sostituito il segretario comunale, scatenando la reazione dell’ex sindaco, che anche per questa ragione sarebbe arrivato a determinare la sfiducia verso Zara, costretto a lasciare. In particolare, nell’ordinanza del Gip Foschini si fa riferimento (pagine 16 e 17)  al fatto che «il Segretario Di Saia è persona vicina a Fortunato Zagaria e mostra di non tenere in alcun conto le indicazioni di Zara» e che il condizionamento degli uffici pubblici risulta essere un obiettivo principale di Fortunato Zagaria per mantenere la Pubblica Amministrazione prona agli interessi della camorra, come evidentemente era stato quando lui stesso era sindaco. Di recente, per capirci, anche il pentito Antonio Iovine ha chiamato in causa Fortunato Zagaria, definendolo “espressione del gruppo capeggiato da Michele Zagaria”. All’epoca dei fatti il segretario comunale di Casapesenna era appunto la dottoressa Immacolata Di Saia, il cui nome nell’ordinanza viene accostato, in quanto sua persona di fiducia, a quello dell’ex sindaco Zagaria. La Di Saia negli ultimi anni ha ricevuto incarichi di responsabilità presso molti comuni del Casertano, tra cui Casapesenna, San Cipriano d’Aversa e Casal di Principe, tutti sciolti per condizionamento camorristico, e erano sono parte della zona di influenza dell’ex leader campano del PdL, Nicola Cosentino.

Attualmente la Di Saia è segretaria comunale a Scafati, città governata da uno degli ex fedelissimi di Cosentino, il sindaco Pasquale Aliberti. E proprio a Scafati, strano caso del destino, la ditta Overline srl dei fratelli Fontana (Antonio, Paolo e Raffaele) è risultata vincitrice negli anni scorsi di significativi appalti nel campo dei rifiuti. La Overline srl ha lavorato a lungo nella raccolta dei rifiuti lungo l’asse Napoli-Caserta e, tra l’altro, nel 2008 operava con la missione tecnico-operativa di Guido Bertolaso.  Una informativa della questura di Caserta del 2010, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Mattino in un articolo a firma Rosaria Capacchione, individuava ben prima di quegli appalti scafatesi l’esistenza di rapporti «sistematici e strutturali» tra i componenti della famiglia Fontana e i fratelli Michele, Pasquale e Antonio Zagaria.

D’altronde è sempre uno strano caso del destino che il sindaco di Scafati, di cui la Di Saia è fedelissima collaboratrice, fosse assieme a Cosentino (addirittura testimone) al famoso matrimonio tra il sindaco di Gragnano, Annarita Patriarca, e il sindaco di San Cipriano d’Aaversa, Enrico Martinelli. Fino a qualche anno fa, entrambi erano dirigenti in ascesa del centrodestra: lui però è finito agli arresti con l’accusa di collusioni con la camorra, lei si è ritrovata con il Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche. 

Credo che questa piccolissima storia, solo tra le tante che meriterebbero inchiostro e attenzione, vada raccontata perché altrimenti non si può capire cosa voglia dire vivere, militare in un partito, provare ad amministrare la cosa pubblica in Campania. Quali siano gli interessi in gioco, i poteri criminali che cercano di condizionarli, i mostri da abbattere per liberare finalmente le nostre terre.

È per questo che il PD deve scegliere, e scegliere in fretta. A livello locale e a livello nazionale, indipendentemente dai bacini di voti considerati utili, perché da lontano “la merda” puzza di meno. Scegliere: come si selezionano classi dirigenti e candidature, come si costruiscono consenso ed alleanze, come si torna ad essere strumento di resistenza e di cambiamento, e non una sommatoria di comitati elettorali. E farlo senza ambiguità, discorsi di convenienza, ipocrisie strumentali. Non è un tema di struttura organizzativa, di partito leggero o pesante, di gazebo o sezioni, di tessere o primarie: è un tema di identità. Se  una “comunità di destino”  non avverte  più l’obbligo ed il recinto della rappresentanza degli interessi legittimi di quei ceti sociali cui si rivolge, e dai quali anzi dovrebbe essere composta, è destinata allora a trasformarsi in una “comunità di potere”, condannata a divenire permeabile ad ogni tipo di condizionamento e di infiltrazione.

Scegliere da che parte stare, si sarebbe detto un tempo: è il caso di farlo in fretta.

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