Genova 2001 ed un Paese senza pietas.

Nel luglio 2001 per Genova stavo partendo, ma quel treno – il mio – dalla stazione Garibaldi non partì mai.
Avevo indosso un paio di converse, un pantaloncino largo con tasche ancora più larghe, una maglietta di Amnesty International, la mia immancabile kefiah avvolta al collo.
Con le idee tanto convinte e tanto confuse, tanto entusiasmo e tanta preoccupazione, tanta allegria e tanta rabbia.
Che raccontato così, mi rendo conto, fa molto marine “Joker” in Full Metal Jacket, con sull’elmetto il simbolo della pace e la scritta born to kill.
Lo scrivo perché penso che chi oggi sentenzia su quei giorni, con le certezze che può avere solo chi quel periodo non lo ha vissuto, non commette solo un errore culturale o politico, ma getta sale e odio su di una ferita mai chiusa per un pezzo della mia generazione.
Io non so cosa facessero all’epoca molti di quelli che oggi giocano a dire “al posto suo”, ma so che al “posto suo”, del ragazzo che ha sparato e del ragazzo che è stato ucciso, fortunatamente per loro non ci sono stati.
Né loro, né i loro figli.
Se proprio sentono comunque l’esigenza di scriverne, consiglio loro di leggere e guardare, solo per provare a capire, il libro La Ferita di Marco Imarisio, e il documentario Le strade di Genova di Davide Ferrario.
No, chi oggi dispensa certezze non conosce quei giorni: il clima di rabbia e di tensione, la speranza e l’utopia di poter cambiare il mondo, un pezzo di generazione aizzata ad odiare e picchiare, un altro pezzo spezzato sotto i colpi delle cariche immotivate, i manganelli, i tonfa, il sangue, le torture della Diaz e di Bolzaneto, le prove false, la paura che si respirava ad ogni sirena.
Io non lo so che avrei fatto al posto di Mario Placanica, e non so nemmeno che avrei fatto al posto di Carlo Giuliani.
Non lo so perché ricordo come se fosse oggi le immagini della TV, le dichiarazioni, le urla, le assemblee, il clima di tensione, il senso di impotenza e di ingiustizia, la politica come ossigeno, pane, vita.
Come quando hai vent’anni, e tutto è così meravigliosamente e drammaticamente bianco o nero, rosso o grigio.
Ma quel che però so, è che lì Placanica e Giuliani non ci sarebbero dovuti essere: perché non ci sarebbe dovuta essere quella gestione dell’ordine pubblico, quella violenza sui manifestanti mentre i black bloc agivano indisturbati, quella sospensione della democrazia che ha creato una frattura profonda tra un pezzo del nostro Paese e le forze dell’ordine, la politica, le Istituzioni.
Carlo no, di questo ne sono convinto, non è un eroe, perché gli eroi la morte la scelgono. E nessuno di noi l’avrebbe scelta all’epoca. Perché la rassegnazione era ancora un vocabolo sconosciuto, ed il reflusso, l’abbandono, la delusione pure.
Carlo era un ragazzo, come me, come tanti di noi, che sognava un mondo diverso da quello sempre più ingiusto che vivevamo e viviamo. E che non era rimasto a casa, ma aveva provato a fare la sua parte.
La sua uccisione si, quella si, però è un simbolo: il simbolo di chi ha scientificamente e volontariamente deciso che la morte di un ragazzo era un prezzo giusto da pagare pur di stroncare quella speranza così diffusa, così forte, così tenace.

In ogni caso, ed era il motivo per il quale avevo cominciato a scrivere questo post forse un po’ confuso, quello che davvero mi ha colpito delle parole che ho letto e ascoltato in questi giorni, sedici anni dopo, è la completa assenza di pietas da parte dei molti che ne hanno sentito il bisogno di esprimere la propria opinione.
La totale, assoluta, comune mancanza di un senso di pietà, compassione, commozione, per una vita spezzata: come se le certezze e le tastiere e le parole fossero corazze con le quali combattersi, come se tutto fosse scontro e nulla valesse, nemmeno il dolore di una famiglia e di un padre e una madre che continuano a piangere il proprio figlio. Come se l’umanità davvero fosse un ricordo lontano.
Questo forse, più di ogni altra cosa, ci raccontano la miseria – infima – nel quale è scaturito il dibattito pubblico qui nel nostro Paese.

Questa voce è stata pubblicata in La società, Le storie e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *