Dalla parte di Giancarlo Siani.

SianiChissà cosa avrebbe scritto Giancarlo Siani di un Sindaco che, assieme al fratello e alla moglie, spesso sedeva a tavola con esponenti del principale clan di camorra della propria città. E cosa avrebbe pensato, Giancarlo, sapendo che all’epoca di quei pranzi la moglie di quel Sindaco era anche Presidente della Commissione anticamorra in Regione Campania. Chissà come avrebbe parlato di tutto ciò in uno dei suoi articoli, se avesse appreso che quello stesso Sindaco, indagato per reati gravissimi di camorra, aveva deciso di apporre il suo nome – su una targa commemorativa – di fianco a quello di un giornalista coraggioso. Chissà che parole avrebbe scelto, Giancarlo, per raccontare che quel Sindaco – indagato dalla direzione Investigativa Antimafia assieme al fratello e a un esponente dell’organizzazione criminale egemone nella propria città, con l’accusa di aver compiuto una serie di atti al fine di limitare la libertà di stampa e il diritto alla cronaca di un quotidiano locale –  aveva deciso di affiancare il proprio nome a quello di un giornalista vero, morto per un articolo “sbagliato”, per il suo interesse sugli appalti per la ricostruzione delle aree del vesuviano colpite dal terremoto del 1980, per le sue inchieste sui rapporti tra politica e camorra.

Non ho potuto fare a meno di chiedermelo, quando ho letto la delibera di Giunta del 5 ottobre 2016, con la quale, quello stesso Sindaco – che sotto tutte le targhe apposte in città negli ultimi anni ha fatto sempre incidere il suo nome, Pasquale Angelino Aliberti –  ha deciso di intitolare una struttura comunale proprio alla memoria di Giancarlo Siani.

In verità, non sono riuscito a darmi una risposta. E d’altronde, cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe scritto, cosa avrebbe detto Giancarlo Siani di tutto questo non lo sapremo mai, perché la notte del 23 settembre 1985 la camorra, a Siani, lo uccise con due pistole beretta calibro 7.65 mm, con dieci colpi di pistola in testa. Perché la camorra – oltre a pilotare gli appalti, corrompere, comprare voti, inquinare terre ed acque, uccidere l’economia dei propri territori – spara e uccide. Per questo oggi Giancarlo non è qua: con noi, ma soprattutto con i suoi colleghi, la sua famiglia, le persone a cui voleva bene e dalle quali era voluto bene. Perché a un certo punto scelse – si sceglie sempre – di non volersi fare i fatti suoi; o meglio, scelse che i fatti suoi erano il suo mestiere, la verità, la giustizia, la liberazione della propria comunità dalla politica corrotta, dal malaffare, dalla violenza e dal potere delle organizzazioni criminali.

Per questo Giancarlo è un esempio di eroe civile. Perché è grazie al suo esempio che oggi possiamo – per chi non lo sapesse o non ha voluto sapere – scrivere e dire che a Scafati c’è una discarica al centro della città, che i pentiti di camorra raccontano essere gestita da una società vicina alla famiglia Aliberti, e con la quale lo stesso Sindaco ammette di avere rapporti professionali. Scrivere e dire, appunto.

Che a Scafati il Sindaco, con una delibera di Giunta, ha bloccato gli sgomberi delle tante case popolari occupate abusivamente, in qualche caso da pregiudicati. Che a Scafati da mesi è nascosto in un cassetto il regolamento sulle “slot machine”, che i pentiti di camorra raccontano essere il principale introito dei clan.  Che a Scafati il Sindaco, con una delibera di Giunta, prima che lo bloccassimo, ha provato ad abbassare il prezzario degli appalti pubblici del 30%, per favorire chi potete immaginarlo. Che a Scafati, ha lavorato per conto del Comune, come direttore dei lavori lo stesso architetto che ha progettato il bunker nel quale era nascosto il boss dei Casalesi Michele Zagaria. Che a Scafati, lo abbiamo appreso stamattina, un esponente dell’amministrazione chiama a telefono un boss di camorra per dirgli che la società comunale che gestisce i rifiuti è cosa loro, e di nominare un loro uomo di fiducia.

Che a Scafati: dove si continua “tranquillamente” a sversare materiale nocivo nel fiume, a sabotare le telecamere nella piazza centrale della città per agire indisturbati, a commettere illeciti ed atti di vandalismo senza controllo alcuno, dal cosiddetto centro alla cosiddetta periferia. Perché qui, a Scafati, qui e non altrove, in questi anni – per chi non lo sapesse o non lo ha voluto sapere – è successo questo; e oltre questo è successo, e continua a succedere, molto altro, tanto altro. E mentre tutto questo succedeva, tutti noi, nel bene o nel male, abbiamo scritto, pensato, detto, scelto, da che parte volevamo stare. Se Pasquale Aliberti sia colpevole della miriade di reati dei quali è accusato dalla magistratura, lo decideranno, come è giusto che sia, gli organi competenti. Ma ciò non toglie, che le sue frequentazioni, le sue ambiguità, il suo malgoverno abbiano spalancato le porte della cosa pubblica, della macchina comunale, della nostra città, alla camorra ed ai suoi interessi.

Per questo, io davvero non so Giancarlo Siani cosa avrebbe scritto, pensato, detto, in merito a questa vicenda della targa. Non lo so davvero, e diffido sempre di coloro che vogliono usare le opinioni o il volto dei morti per sostenere le proprie opinioni ed il proprio volto. Ma so quel che penso io: che la scelta da parte di questa amministrazione di intitolare il Palatenda di Via Tricino alla memoria del giornalista ucciso dalla camorra, fatta in questo modo, fatta da questo sistema di potere, è ipocrita e offensiva. E’, senza molti giri di parole, una vergogna: l’ennesima, forse una delle peggiori, di questa amministrazione.

Se il Sindaco, in un barlume di lucidità, in un attimo di coscienza, volesse davvero onorare la memoria di Giancarlo Siani, dovrebbe fare una sola cosa: dimettersi, e liberare la nostra città dal peso e dall’onta di uno scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazioni mafiose. In caso contrario, almeno i morti, per favore, li lasci riposare in pace.

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