Se Angela Davis guarda a Scampia

Il volto di Angela Davis che guarda Scampia è un atto di coraggio che rappresenta appieno il senso più profondo della street art.
E che richiama alle proprie responsabilità, senza sconti, chi si occupa della cosa pubblica.

Ne parlo questo mattina sul Corriere L’Economia.

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Il Grande Hotel Napoli, la politica e la città ribelle

Scoppiano bombe ad Afragola, ed altre avevano colpito il quartiere Secondigliano. Ma pare non importasse a nessuno, finché un ordigno non è esploso proprio dentro la cartolina, con un botto che ha momentaneamente svegliato tutti e in maniera assai violenta. L’attentato nel cuore di Napoli alla pizzeria simbolo – alla quale deve andare tutta la nostra solidarietà –  il centro storico affollato da turisti, nuovi esercizi commerciali, catene internazionali hanno fatto arrivare il ministro dell’Interno e della Paura, con l’ordinaria foto in divisa, le polemiche da social, le mobilitazioni civiche e civili, a dir la verità abbastanza tiepide. Perché le sveglie suonano, ma puoi anche cliccare su “posponi”, e continuare a dormire un altro po’. E questa pare sia stata proprio la scelta di Napoli, delle sue classi dirigenti e della sua opinione pubblica: dormire un altro po’, fino alla prossima sveglia, fino alla prossima bomba.
Ma quel che è accaduto avrebbe dovuto spingerci, invece, a guardare più a fondo nel tessuto sociale ed economico di un contesto urbano in profonda trasformazione, con pezzi  di città che cambiano, altri che darwinianamente vengono lasciati morire.

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Gli occhi di un uomo

Io lo so, e lo sappiamo tutti, che i migranti sono divenuti la grande arma di distrazione di massa della Lega e di Salvini, che dietro gli istinti peggiori del nostro Paese nascondono le promesse elettorali mancate, la disoccupazione che cresce, il livello dei diritti sociali ed economici che cala per tutti. E so pure che questa grande commedia tragica serve da coltre anche per i 5 Stelle, oggi si TAP, si TRIV, si F35, boh TAV.

E so che dunque non dobbiamo mai smettere di parlare di lavoro, conoscenza, redistribuzione, con questo Reddito di cittadinanza in salsa grillina che assomiglia sempre più all’ennesimo strumento di sfruttamento e criminalizzazione della povertà (pochi euro, per poche famiglie, in cambio dell’ennesimo colpo inferto al livello dei salari e dei diritti dei più deboli).

Però poi guardo questa foto, e mi assale una rabbia che non riesco descrivervi. Continua a leggere

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Come trasformare le città abitate dalla disuguaglianza

Nel suo “La macchia urbana: la vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons” Michele Grimaldi fa un’operazione molto coraggiosa, tenta cioè di associare alla rigorosa ricerca scientifica sul fenomeno urbano ad un approccio “militante” come lo definisce Walter Tocci nella sua bellissima e per nulla affettata prefazione. Una militanza che “significa rimanere in piedi senza farsi travolgere dal vento delle ideologie dominanti e andare alla ricerca delle faglie che sprigionano le promesse mancate della democrazia”.
Infatti, se nella prima e nella seconda parte del libro uscito per Aracne editrice, l’autore fa una disamina puntuale sulla storia del fenomeno urbano sin dai suoi albori, analizzandone lo sviluppo e il suo continuo e conflittuale rapporto con le varie fasi storiche e produttive del capitalismo e, soprattutto, con il più recente rapporto con il neoliberismo, nella terza ed ultima parte Grimaldi si assume la responsabilità di proporre una alternativa all’attuale modello di sviluppo urbano. Un modello che, come viene sottolineato nelle fitte pagine ricche di riferimenti bibliografici, ha prodotto tale e tanta disuguaglianza da non essere più accettabile.

E il superamento di tali disuguaglianze, secondo Grimaldi, passa attraverso i commons parola inglese, ci spiega, erroneamente tradotta in “beni comuni”. In realtà, leggendo il saggio, ci viene spiegato che i commons sono qualcosa di più.

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La macchia urbana – La recensione di The Subway Wall

La città è realizzazione e allo stesso tempo alienazione dell’individuo. Non sorprende, infatti, che dal secondo dopoguerra ad oggi essa sia stata tanto oggetto di studio e speranza quanto angoscioso teatro della malinconia e della paura dell’uomo contemporaneo. Gli agglomerati urbani dopotutto sono ciò che il nome stesso indica, degli agglomerati che possono assumere molteplici forme che danno vita ad un’infinità di combinazioni di uomini, progetti e prospettive. La città immaginata dagli illuministi non era quella sovietica e probabilmente nemmeno quella capitalistica, ogni epoca e corrente di pensiero ha immaginato la sua città, sempre perfetta e allo stesso tempo piena di contraddizioni. Quello che fa Michele Grimaldi, nel suo ottimo La macchia urbana è fare ordine in un tema che oggi è di fondamentale importanza, ovvero cos’è la città, cosa accade al suo interno e cosa fare per renderla casa di tutti e non solo paradiso di pochi e inospitale abitazione di tanti.

Il modo migliore per definire La macchia urbana è “invito a rimboccarsi le maniche”.

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«La macchia urbana», viaggio alle origini della città (e delle sue disuguaglianze)

Alle radici della disuguaglianza urbana attraverso un viaggio che passa per la storia, l’economia e la cultura nel senso più ampio del termine. È il percorso intrapreso da La macchia urbana, saggio scientifico di Michele Grimaldi (Aracne Editrice, euro 17, pp. 416) che va a indagare il rapporto tra lo spazio fisico della città e la forma economica capitalista. Percorso in tre tappe, quante sono le parti in cui è diviso il libro: la genesi e l’evoluzione del fenomeno urbano, le criticità della città globale, le alternative al costante ma crescente fenomeno della mercificazione delle città stesse.

Seguendo una linea ideale che congiunge il villaggio neolitico alle moderne metropoli, passando storicamente attraverso la città industriale e quella fordista, e geograficamente tra la Parigi di Haussmann, la Rio de Janeiro dell’Expo del 1908, la Rust Belt, la Chandigarh di Le Corbusier, la New York di Jane Jacobs e Robert Moses, il testo racconta le varie fasi del rapporto tra la vita cittadina e le scelte e i dogmi economici imperanti nelle rispettive epoche, tenendo come punti fermi dell’analisi la geografia spazialista di David Harvey e una chiave di lettura che potrebbe essere definita marxiana.

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“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi

La Macchia Urbana è un saggio di grande interesse, che può essere letto a più livelli. Presenta un impianto scientifico ma contiene molti elementi di carattere politico ed economico utili per una riflessione sull’attualità. È inoltre organizzato in capitoli suddivisi per temi, consentendo al lettore la possibilità di ritornare più volte sul testo per approfondire questioni specifiche. È una sorta di pamphlet di pensieri, analisi e riflessioni sulle città, una guida molto utile anche ai non-addetti ai lavori per capire la prassi dei fenomeni urbani connessi alle disuguaglianze.

Il saggio si apre con una prefazione di Walter Tocci, intellettuale e storico dirigente e parlamentare del PCI-DS-PD che, con brillante lucidità, fa emergere sin da subito alcune delle contraddizioni che il sistema capitalistico neoliberista presenta e gli effetti sulla ridistribuzione della ricchezza connessi alla prassi economica globalizzata.

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La macchia urbana: il romanzo che racconta la “vittoria della disuguaglianza e la speranza dei commons”

Riflessione, analisi del territorio e studio della città con una particolare attenzione alle possibili alternative capaci di ricucire agglomerati urbani. C’è anche questo nel libro “La macchia urbana” di Michele Grimaldi, scrittore, studioso e blogger salernitano, che da anni dedica tempo e fatiche al racconto di fenomeni sociali “andando oltre” per individuare non solo le cause ma anche gli effetti e lo fa senza mai omettere uno sguardo critico alla storia da cui trae linfa per le sue stesure. Ad anticipare l’ultimo libro, edito dalla casa editrice Aracne, è stato un saggio dal titolo “Politica e periferia” contenuto nell’opera “La periferia si guarda meglio dal centro”.

“Un libro da leggere, conservare e diffondere, come un romanzo di viaggio nelle città” non solo, anche “un appassionato esercizio di critica del fenomeno urbano”.

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25 aprile. Una scelta che si rinnova ogni volta.

Si chiama Festa della Liberazione, non della libertà: perché non è un valore neutro, un ricordo in una teca, ma un processo in continuo divenire, una fotografia in movimento di una scelta che si rinnova ogni volta.
Ogni decisione, ogni sopruso, ogni speranza.
L’Italia affonda le sue radici in questa scelta, e non nel totalitarismo e nella dittatura, perché tanti decisero di scegliere: da che parte stare, per costruire cosa.
Essere partigiani oggi vuol dire praticare quella scelta ogni giorno, nelle piccole e grandi azioni quotidiane, nell’impegno politico, nella militanza civile, a scuola, sul lavoro, in famiglia.
Rendere viva ed attuata la Costituzione, difenderne i valori, dare il nostro contributo alla giustizia, all’uguaglianza, alla democrazia: i nostri monti, sono questi qua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Città, tra disuguaglianze e speranza

Sono le previsioni, i timori, i racconti, gli insegnamenti e i punti di vista alternativi a costituire le fondamenta de La Macchia Urbanail libro di Michele Grimaldi edito da Aracne Editrice per la collana di studi Sociologia, Economia, Territorio.

Definire in breve che cos’è il libro di Michele – classe 1982 e una genuina passione per la politica – non è facile. Se da una parte La Macchia Urbana è stato definito come «un appassionato esercizio di critica del fenomeno urbano», un rapido sguardo al volume ci dice che dietro c’è molto di più: la storia incontra l’economia, la politica si mischia con l’urbanistica, la sociologia ritorna alla letteratura di Dickens ed Emile Zola.

A pochi giorni dall’uscita del volume abbiamo incontrato l’autore per farci spiegare qual è il cuore del libro, come nasce concretamente l’idea di scrivere una serie di riflessioni partendo dalla città e soprattutto perché – nonostante tutto – la parola che resta nella mente alla fine è una sola: speranza.

Scrittore, politico, studioso. Quale Michele Grimaldi troviamo dentro La Macchia Urbana?

«Ne La Macchia Urbana c’è tutto: c’è il Michele scrittore, il Michele politico, il Michele studioso, perché sono tre vicende che in tutti gli aspetti della mia vita in fondo si sono sempre tenute assieme. E non c’è per me scrittura senza studio, non c’è politica soprattutto senza studio, e non c’è studio senza la prospettiva di lasciare un contributo di analisi. È un libro in cui provo a mettere insieme tutte quelle che sono le mie esperienze, cercando di offrire un contributo di riflessione».

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