“La Macchia Urbana” di Michele Grimaldi

La Macchia Urbana è un saggio di grande interesse, che può essere letto a più livelli. Presenta un impianto scientifico ma contiene molti elementi di carattere politico ed economico utili per una riflessione sull’attualità. È inoltre organizzato in capitoli suddivisi per temi, consentendo al lettore la possibilità di ritornare più volte sul testo per approfondire questioni specifiche. È una sorta di pamphlet di pensieri, analisi e riflessioni sulle città, una guida molto utile anche ai non-addetti ai lavori per capire la prassi dei fenomeni urbani connessi alle disuguaglianze.

Il saggio si apre con una prefazione di Walter Tocci, intellettuale e storico dirigente e parlamentare del PCI-DS-PD che, con brillante lucidità, fa emergere sin da subito alcune delle contraddizioni che il sistema capitalistico neoliberista presenta e gli effetti sulla ridistribuzione della ricchezza connessi alla prassi economica globalizzata.

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La macchia urbana: il romanzo che racconta la “vittoria della disuguaglianza e la speranza dei commons”

Riflessione, analisi del territorio e studio della città con una particolare attenzione alle possibili alternative capaci di ricucire agglomerati urbani. C’è anche questo nel libro “La macchia urbana” di Michele Grimaldi, scrittore, studioso e blogger salernitano, che da anni dedica tempo e fatiche al racconto di fenomeni sociali “andando oltre” per individuare non solo le cause ma anche gli effetti e lo fa senza mai omettere uno sguardo critico alla storia da cui trae linfa per le sue stesure. Ad anticipare l’ultimo libro, edito dalla casa editrice Aracne, è stato un saggio dal titolo “Politica e periferia” contenuto nell’opera “La periferia si guarda meglio dal centro”.

“Un libro da leggere, conservare e diffondere, come un romanzo di viaggio nelle città” non solo, anche “un appassionato esercizio di critica del fenomeno urbano”.

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25 aprile. Una scelta che si rinnova ogni volta.

Si chiama Festa della Liberazione, non della libertà: perché non è un valore neutro, un ricordo in una teca, ma un processo in continuo divenire, una fotografia in movimento di una scelta che si rinnova ogni volta.
Ogni decisione, ogni sopruso, ogni speranza.
L’Italia affonda le sue radici in questa scelta, e non nel totalitarismo e nella dittatura, perché tanti decisero di scegliere: da che parte stare, per costruire cosa.
Essere partigiani oggi vuol dire praticare quella scelta ogni giorno, nelle piccole e grandi azioni quotidiane, nell’impegno politico, nella militanza civile, a scuola, sul lavoro, in famiglia.
Rendere viva ed attuata la Costituzione, difenderne i valori, dare il nostro contributo alla giustizia, all’uguaglianza, alla democrazia: i nostri monti, sono questi qua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Città, tra disuguaglianze e speranza

Sono le previsioni, i timori, i racconti, gli insegnamenti e i punti di vista alternativi a costituire le fondamenta de La Macchia Urbanail libro di Michele Grimaldi edito da Aracne Editrice per la collana di studi Sociologia, Economia, Territorio.

Definire in breve che cos’è il libro di Michele – classe 1982 e una genuina passione per la politica – non è facile. Se da una parte La Macchia Urbana è stato definito come «un appassionato esercizio di critica del fenomeno urbano», un rapido sguardo al volume ci dice che dietro c’è molto di più: la storia incontra l’economia, la politica si mischia con l’urbanistica, la sociologia ritorna alla letteratura di Dickens ed Emile Zola.

A pochi giorni dall’uscita del volume abbiamo incontrato l’autore per farci spiegare qual è il cuore del libro, come nasce concretamente l’idea di scrivere una serie di riflessioni partendo dalla città e soprattutto perché – nonostante tutto – la parola che resta nella mente alla fine è una sola: speranza.

Scrittore, politico, studioso. Quale Michele Grimaldi troviamo dentro La Macchia Urbana?

«Ne La Macchia Urbana c’è tutto: c’è il Michele scrittore, il Michele politico, il Michele studioso, perché sono tre vicende che in tutti gli aspetti della mia vita in fondo si sono sempre tenute assieme. E non c’è per me scrittura senza studio, non c’è politica soprattutto senza studio, e non c’è studio senza la prospettiva di lasciare un contributo di analisi. È un libro in cui provo a mettere insieme tutte quelle che sono le mie esperienze, cercando di offrire un contributo di riflessione».

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Elogio della complessità. E della gentilezza

Una della principale cause della violenza, finora verbale, che caratterizza il dibattito pubblico di questi tempi è probabilmente la definitiva negazione del valore della complessità quale elemento individuale e collettivo di lettura e giudizio di ciò che ci circonda. A idee deboli e superficiali corrisponde infatti, gioco forza, un linguaggio aggressivo, a tratti brutale, caratterizzato dalla negazione dell’altro e dell’altrui pensiero. Viene meno l’ascolto, e viene meno anche il dubbio, che è la principale caratteristica di identità forti, di radici salde, di analisi pensate, rigorose, in qualche modo sudate. Questi stessi primi scampoli di campagna elettorale, piuttosto che una competizione sulle idee, paiono essere caratterizzati da un clima di delegittimazione dell’altro, quasi di negazione vera o auspicata della sua stessa presenza, laddove l’augurio che un determinato partito scompaia è spesso superiore all’entusiasmo per la vittoria del proprio. Scomparsi i fatti, i dati, le proposte concrete legate a una visione del mondo e alla realtà (e cioè alla possibilità di applicazione), rimangono solo i botta e risposta, le battute, le accuse, il turpiloquio. Ogni argomentazione che provi ad addentrarsi in un tema riconoscendone le sfumature diviene “politichese”… continua su L’Huffington Post

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Che cos’è la sicurezza?

In questi ultimi trent’anni hanno provato a convincerci – in parte riuscendoci – che la sicurezza dovesse coincidere con la criminalizzazione della povertà, della diversità, delle marginalità. Pensate alla Tolleranza Zero del sindaco di New York Giuliani, alle ronde della Lega Nord, al decreto Minniti timidamente applaudito anche dal ribelle de Magistris, al perbenismo piccolo borghese di stampo grillino.
Da combattere non sono più le cause della povertà, e cioè la disuguaglianza ed il privilegio, ma il “decoro” dei luoghi sensibili: come le piazze-vetrine delle città o gli interni e gli esterni dei nuovi centri commerciali.

Poi capita che un sindaco di Seregno dica frasi del genere: “Invito la popolazione a non aiutare gli accattoni basta dare soldi a chi chiede l’elemosina. Chi ha davvero bisogno è già aiutato dal Comune. Gli accattoni sono una delle piaghe che affliggono la nostra città. Sono ovunque e non sappiamo più come trovare una soluzione”.
Ma che nel frattempo però sia arrestato per i suoi rapporti con la ‘ndrangheta, ed in particolare per l’aver “favorito” la costruzione di una strada di collegamento ad un supermercato in cambio di voti.
Propaganda sui deboli, voti e affari con i criminali. Continua a leggere

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Ora basta

Vorrei dire una cosa: BASTA.

Sono dieci anni, dieci lunghissimi anni, che il dibattito pubblico della nostra Scafati è inquinato dalle vicende personali dell’ex Sindaco: le sue campagne elettorali, quelle della moglie, i suoi guai giudiziari, i guai giudiziari della moglie, i guai giudiziari del fratello, i suoi amori e i suoi litigi con Caldoro e Cosentino, la sua tettoia, la sua decadenza, la sua carriera politica, la sua propaganda che non difende e rispetta nemmeno i suoi affetti più cari, i suoi avvocati, la sua richiesta di infermità mentale, i suoi arresti. Dieci anni nei quali tutto ciò che lo riguardava è stato – per lui e la sua amministrazione – primario rispetto alla città cancellata, sfruttata, annichilita: scomparsi i temi dell’ambiente, della salute, della vivibilità, della solidarietà, del lavoro.
Tutto subordinato alla sua fame di potere e ai conseguenti danni e drammi pagati da tutta la comunità.

Ma ora basta Continua a leggere

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Genova 2001 ed un Paese senza pietas.

Nel luglio 2001 per Genova stavo partendo, ma quel treno – il mio – dalla stazione Garibaldi non partì mai.
Avevo indosso un paio di converse, un pantaloncino largo con tasche ancora più larghe, una maglietta di Amnesty International, la mia immancabile kefiah avvolta al collo.
Con le idee tanto convinte e tanto confuse, tanto entusiasmo e tanta preoccupazione, tanta allegria e tanta rabbia.
Che raccontato così, mi rendo conto, fa molto marine “Joker” in Full Metal Jacket, con sull’elmetto il simbolo della pace e la scritta born to kill.
Lo scrivo perché penso che chi oggi sentenzia su quei giorni, con le certezze che può avere solo chi quel periodo non lo ha vissuto, non commette solo un errore culturale o politico, ma getta sale e odio su di una ferita mai chiusa per un pezzo della mia generazione.
Io non so cosa facessero all’epoca molti di quelli che oggi giocano a dire “al posto suo”, ma so che al “posto suo”, del ragazzo che ha sparato e del ragazzo che è stato ucciso, fortunatamente per loro non ci sono stati.
Né loro, né i loro figli.
Se proprio sentono comunque l’esigenza di scriverne, consiglio loro di leggere e guardare, solo per provare a capire, il libro La Ferita di Marco Imarisio, e il documentario Le strade di Genova di Davide Ferrario.
No, chi oggi dispensa certezze non conosce quei giorni: il clima di rabbia e di tensione, la speranza e l’utopia di poter cambiare il mondo, un pezzo di generazione aizzata ad odiare e picchiare, un altro pezzo spezzato sotto i colpi delle cariche immotivate, i manganelli, i tonfa, il sangue, le torture della Diaz e di Bolzaneto, le prove false, la paura che si respirava ad ogni sirena.
Io non lo so che avrei fatto al posto di Mario Placanica, e non so nemmeno che avrei fatto al posto di Carlo Giuliani.
Non lo so perché ricordo come se fosse oggi le immagini della TV, le dichiarazioni, le urla, le assemblee, il clima di tensione, il senso di impotenza e di ingiustizia, la politica come ossigeno, pane, vita.
Come quando hai vent’anni, e tutto è così Continua a leggere

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Sabato 24 giugno: insieme, contro la camorra, e per la Scafati che crede ancora nel futuro.

Sic vos non vobis mellificatis apes: così voi, ma non per voi, producete il miele api.
Se mi dovessero chiedere di raccontare con una sola frase gli ultimi anni della vita della nostra città, sceglierei questo verso del poeta Virgilio: le api, con la fatica ed il sudore, producono il miele, ma sono altri che lo colgono.
Scafati è una città di persone perbene: di cittadini operosi, di studenti e di lavoratori, di imprenditori capaci, di associazioni generose, di comunità coraggiose.
Scafati non è una città di camorra.
Ma Scafati è una città dove c’era e c’è la camorra, e dove un pezzo della politica e dell’imprenditoria con la camorra ha fatto affari e ha creato consenso.
Questo intreccio di politica, affari e camorra è servito a pochi per arricchirsi e per costruire le proprie fortune e le proprie carriere professionali ed elettorali: ma ha privato tanti, la maggioranza, di sicurezza, opportunità, salute, concorrenza leale, vivibilità, futuro. Del diritto, insomma, di cogliere i frutti della propria fatica e del proprio sudore, di vivere in una città dove il destino di tutti fosse più importante del cinismo e dell’arrivismo di pochi.
Perché la camorra non è un nemico immaginario: Continua a leggere

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Luigi Di Maio, costruttore di soffitte all’incontrario

Ha generato molta ironia – e ci mancherebbe altro – l’affermazione di Luigi Di Maio secondo la quale il MoVimento 5 Stelle si rifarebbe ai valori di Berlinguer, di Almirante e della Dc. Ma oltre la prima reazione stupita e divertita, per quella che un tempo si sarebbe definita confusione ideologica, penso ci debba essere dell’altro: perché il candidato premier in pectore dei grillini è un politico esperto e navigato, e come tale, non parla mai a caso.
Ed infatti, il messaggio di Di Maio ha un significato profondo, che segna anche il tentativo di superare una contraddizione insita in un movimento nato con forti spinte anti-istituzionali ed oggi a pieno titolo impegnato in organismi elettivi a più livelli: il Movimento, non è più contro la politica, ma contro questa politica, e costruisce questa posizione oppositiva tramite lo scudo giustificativo di icone del passato.
E fa di più: “netraulizza” la figura, la portata storica, il contenuto, di figure quali Berlinguer e Almirante. Trasfigurandole in feticci, in simboli post-ideologici di tempi passati, che in quanto tali, vengono comunque raccontati come migliori. Personalità fortemente identitarie e divisive vengono così spogliate della propria identità, ed usate come un puro elemento propagandistico di nostalgia che, si sa, è da sempre la migliore arma al servizio dei reazionari.
Ci troviamo dunque, dinanzi ad una sorta di costruttore di soffitte al contrario, per citare Gramsci.
E così, mentre la sinistra e la destra sono impegnate spesso a rinnegare le proprie radici, i 5 Stelle le estirpano, e le espongono come strumento per riannodare il filo con pezzi di elettorato sempre più ampio.
E’ una operazione puramente politica, di egemonia si sarebbe detto un tempo. Alla quale occorrerebbe rispondere con fermezza e lucidità,

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