Sabato 24 giugno: insieme, contro la camorra, e per la Scafati che crede ancora nel futuro.

Sic vos non vobis mellificatis apes: così voi, ma non per voi, producete il miele api.
Se mi dovessero chiedere di raccontare con una sola frase gli ultimi anni della vita della nostra città, sceglierei questo verso del poeta Virgilio: le api, con la fatica ed il sudore, producono il miele, ma sono altri che lo colgono.
Scafati è una città di persone perbene: di cittadini operosi, di studenti e di lavoratori, di imprenditori capaci, di associazioni generose, di comunità coraggiose.
Scafati non è una città di camorra.
Ma Scafati è una città dove c’era e c’è la camorra, e dove un pezzo della politica e dell’imprenditoria con la camorra ha fatto affari e ha creato consenso.
Questo intreccio di politica, affari e camorra è servito a pochi per arricchirsi e per costruire le proprie fortune e le proprie carriere professionali ed elettorali: ma ha privato tanti, la maggioranza, di sicurezza, opportunità, salute, concorrenza leale, vivibilità, futuro. Del diritto, insomma, di cogliere i frutti della propria fatica e del proprio sudore, di vivere in una città dove il destino di tutti fosse più importante del cinismo e dell’arrivismo di pochi.
Perché la camorra non è un nemico immaginario: Continua a leggere

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Luigi Di Maio, costruttore di soffitte all’incontrario

Ha generato molta ironia – e ci mancherebbe altro – l’affermazione di Luigi Di Maio secondo la quale il MoVimento 5 Stelle si rifarebbe ai valori di Berlinguer, di Almirante e della Dc. Ma oltre la prima reazione stupita e divertita, per quella che un tempo si sarebbe definita confusione ideologica, penso ci debba essere dell’altro: perché il candidato premier in pectore dei grillini è un politico esperto e navigato, e come tale, non parla mai a caso.
Ed infatti, il messaggio di Di Maio ha un significato profondo, che segna anche il tentativo di superare una contraddizione insita in un movimento nato con forti spinte anti-istituzionali ed oggi a pieno titolo impegnato in organismi elettivi a più livelli: il Movimento, non è più contro la politica, ma contro questa politica, e costruisce questa posizione oppositiva tramite lo scudo giustificativo di icone del passato.
E fa di più: “netraulizza” la figura, la portata storica, il contenuto, di figure quali Berlinguer e Almirante. Trasfigurandole in feticci, in simboli post-ideologici di tempi passati, che in quanto tali, vengono comunque raccontati come migliori. Personalità fortemente identitarie e divisive vengono così spogliate della propria identità, ed usate come un puro elemento propagandistico di nostalgia che, si sa, è da sempre la migliore arma al servizio dei reazionari.
Ci troviamo dunque, dinanzi ad una sorta di costruttore di soffitte al contrario, per citare Gramsci.
E così, mentre la sinistra e la destra sono impegnate spesso a rinnegare le proprie radici, i 5 Stelle le estirpano, e le espongono come strumento per riannodare il filo con pezzi di elettorato sempre più ampio.
E’ una operazione puramente politica, di egemonia si sarebbe detto un tempo. Alla quale occorrerebbe rispondere con fermezza e lucidità,

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I vaccini ed un paese che si nasconde dietro i complotti

In pratica c’è questo tizio su facebook, che ha lavorato presso “La mia anima” e studiato presso “Aule dell’apprendimento” dell’Università della Repubblica democratica del Congo.
Questo signore, condividendo post dalla pagina “Stop alle scie chimiche”, informa i suoi numerosi contatti tutti i giorni, più volte al giorno, che i vaccini arrecano danni alla salute dei bambini.
I suoi seguitissimi post sono commentati da decine di persone, molte delle quali si dicono incredule del fatto che nessuno parli di questa cospirazione, e non capiscono perché la gente non voglia aprire gli occhi e capire.
Ci sono quelli che fanno minacce, quelli che propongono di emigrare in massa all’estero pur di evitare la vaccinazione, quelli con la falce ed il martello come immagine del profilo che parlano di dittatura e provvedimento fascista, quelli ancora che si augurano che “l’Italia sprofondi nel mare, affinché tutto il marcio cessi di esistere”: in effetti, sterminare una nazione così è più comodo e veloce del complotto vaccinista che si sta denunciando. Ci sono poi quelli sinceramente democratici, che invitano ad “ascoltare entrambe le parti”, solo che non sono chiare le parti. Cioè, quali sono le parti? La scienza e la cabala? Un medico e un blogger sconosciuto che di mestiere svela complotti dei rettiliani contro l’umanità?
Tra i commentatori ci sono in verità anche quelli più moderati, che alla fine accettano la vaccinazione obbligatoria ma ritengono che dodici – così, a occhio – gli sembrano troppi: tipo dal salumiere, “quelle due fette toglietele, facciamo giusto 100 grammi”.

Insomma, qualcosa nel nostro Paese, nel sistema educativo, in quello sociale, in quello politico, deve essersi inceppato.
Perché qui non parliamo di una inchiesta giornalistica che svela legittimamente una magagna di una multinazionale farmaceutica scatenando una altrettanto legittima indignazione popolare.
Qui parliamo di un pezzo consistente di Paese che (pseudo)informandosi seguendo link di siti sconosciuti, e leggendo improbabili teorie che non hanno nessun valore scientifico o accademico, costruisce una proprio verità: altra rispetto a quella della scienza, dello studio, del vivere civile, delle regole della comunità. L’idea quindi che ci debba essere un complotto, una verità nascosta, un piano segreto contro l’umanità, sembra diffondersi a macchia d’olio: e che tali macchinazioni siano così potenti ma così fragili da essere scoperte con una ricerca su Google non scalfisce nessuna certezza.
Ed in fondo è questo forse l’elemento più preoccupante, perché la costruzione di un nemico immaginario – che solo noi scopriamo perché siamo furbi – di solito è l’alibi migliore per auto-assolversi, per non assumersi responsabilità dinanzi a nemici così lontani, così forti e però così impalpabili: e per non combattere, dunque, quelli veri, di nemici: la disuguaglianza, l’ignoranza, la criminalità.

Questi nemici, d’altronde, non organizzano complotti scopribili con tre click.

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Il falso derby tra sovranisti ed europeisti. La vera sfida è l’uguaglianza

Da una parte la vittoria transalpina di Emmanuel Macron, presidente in marcia e senza partito. Dall’altra la sconfitta elettorale e in qualche caso la dissoluzione politica dei partiti socialisti in tutte le ultime tornate elettorali continentali, dalla Francia alla Grecia, dalla Spagna alla Germania, fino all’Olanda. Tanto è bastato, e ci mancherebbe altro, per riaprire un antico quanto mai attuale dibattito: che fare?
Domanda legittima, ma che nelle sue prime risposte nasconde un vizio di fondo: la pretesa narcisistica delle classi dirigenti italiane, soprattutto quelle “di sinistra”, di voler coincidere con la “fine della storia”, e quindi di legare ogni scelta non a una prospettiva, ma al proprio immediato destino individuale.
E così, dinanzi a una crisi epocale, che vede rompersi il patto novecentesco dello stato sociale e mette in discussione il rapporto tra democrazia e rappresentanza, il campo progressista italiano pare oscillare tra le due solite risposte: la subalternità culturale e la chiusura identitaria… continua su L’Huffington Post

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Possiamo farcela

In settimana ho partecipato – per ascoltare, per capire – ad una riunione di alcune ragazze e ragazzi scafatesi, che aveva per oggetto lo scioglimento del nostro Comune per infiltrazioni malavitose.
Ad un certo punto, di una discussione appassionata e bella, un ragazzo di quelli svegli ha chiesto agli altri: “Ma secondo voi, se dei camorristi provassero a corrompervi o a minacciarvi, voi che fareste? Mica deve essere semplice dire no?”.
È una domanda che siccome era posta in buona fede, merita una risposta, e pure sincera. Lo faccio adesso, perché mi ero ripromesso di stare lì solo e solamente per “sentire”, per guardare con altri occhi dei fatti, dei processi – anche delle emozioni se volete – che per cinque anni sono stati parte integrante della mia vita quotidiana. Continua a leggere

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L’attacco USA contro la Siria interroga le nostre coscienze

Sarebbe bello, in questo mondo così complesso, in questa realtà così contraddittoria, avere una bussola per orientarsi. Per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, per costruire almeno una propria chiave di lettura per leggere, interpretare, provare a cambiare la realtà che ci circonda. Questa notte gli Stati Uniti d’America hanno unilateralmente attaccato un Paese sovrano quale la Siria, non rispettando le regole del diritto internazionale e adducendo come motivazione la necessaria risposta al barbaro – presunto, non certo – uso di armi chimiche da parte del regime di Assad. Stamane, al mio risveglio ho trovato la mia time-line di Facebook invasa da legittime quanto perentorie considerazioni: chi con Trump perché Assad è uno spietato dittatore, chi contro Trump perché Assad è sì un dittatore, ma comunque Trump è un imperialista guerrafondaio. Chi, ancora, sempre contro Trump perché Assad non è un dittatore, e comunque non è detto le armi chimiche le abbia usate lui. Chi con Putin, chi con Erdogan, chi addirittura con l’Isis o i jihadisti. Chi pacifista senza se e senza ma, chi guerrafondaio, chi “l’importante è che i profughi non arrivino qua”… continua su Il Velino

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Il decreto Minniti non è né di destra né di sinistra, è disuguaglianza

Non si dovrebbe mai iniziare un articolo con delle precisazioni, ma in questo caso faremo un’eccezione: per favorire la discussione, per scongiurare fraintendimenti, per evitare di farvi perdere tempo nel leggere le parole che seguiranno. La prima. Sono anche io convinto che la sicurezza sia un diritto, innanzitutto di quella che viene definita “povera gente”, ma le parole non sono mai neutrali ed hanno sempre bisogno di una declinazione; per questo occorre chiarirsi su cosa intendiamo per “sicurezza”, altrimenti il rischio è di finire come con il riformismo: nessuno nega l’importanza delle riforme, il problema è in nome di chi e perché vengono fatte. La seconda. A differenza di molti tra quelli che parlano di “povera gente” e periferie, io tra la “povera gente” e in una periferia ci abito davvero: conosco i palazzi grigi, i tram affollati, la puzza di piscio nei vicoli, le paure delle strade buie, il senso di insicurezza, abbandono, squallore di certi quartieri. La terza. Non mi appassionano nella discussione le tifoserie, i cori, le prese di posizione aprioristiche: ad esempio ho votato sì al referendum costituzionale del 4 dicembre, considero importanti i 500 milioni di euro stanziati dal governo Renzi per la rigenerazione urbana nelle periferie, sono addirittura iscritto al Partito Democratico… continua su L’Huffington Post

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Rignano e l’apartheid urbano: cronache e morfologia di ghetti dimenticati

Giovedì notte nel cosiddetto Gran Ghetto, tra Rignano Garganico e San Severo, in provincia di Foggia, in Italia, due migranti originari del Mali sono morti carbonizzati in un incendio. Una tragedia purtroppo annunciata, considerato che come racconta un rapporto di Medici Senza Frontiere sono almeno 10.000 i richiedenti asilo e rifugiati nel nostro Paese che vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in condizioni di estrema precarietà e marginalità, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche. In ogni caso, per qualche ora, forse qualche giorno, buona parte del sistema dei media e dell’opinione pubblica si è così interrogato sul fenomeno delle baraccopoli, che in maniera sempre più crescente sta interessando il nostro Paese. La discussione, tra l’altro, da un punto di vista politico ha seguito il solito copione: con la destra pronta a speculare e ad alimentare paure ed odio razziale, forte dei soliti cliché dell’aiutiamoli a casa loro e del prima gli italiani; e la sinistra, divisa e indecisa, tra l’imitare le parole d’ordine della destra ed improbabili estemporanei afflati terzomondisti, utili certo a ripulirsi la coscienza, ma inutili quando si ignora il rischio e il degrado sofferto nei quartieri periferici, i tram stracolmi, le strade buie, le fabbriche che chiudono… continua su L’Huffington Post

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Mezzogiorno e povertà. Due urgenze per l’Italia

Colpisce il perdurare dell’assenza nel dibattito pubblico, da oramai un decennio, della questione meridionale e della questione sociale. Un’assenza oggi più rumorosa che mai, con la discussione interna ai partiti e il sistema dei media concentrati a occuparsi di finte scissioni, elezioni anticipate e posticipate, di polizze assicurative a propria insaputa. Questa assenza risulta ancor più dolorosa perché segnala la definitiva uscita del valore dell’uguaglianza dall’orizzonte di pensiero della maggior parte delle forze politiche, e la definitiva vittoria di quel paradigma economico e culturale che negando l’obiettivo della redistribuzione di risorse e opportunità, conserva se stesso e alimenta una sempre più cruenta guerra tra poveri. Già negli anni Novanta sia il razzismo secessionista della Lega Nord, poi convertitosi in nazionalismo nostrano sulla via di Le Pen, sia l’invenzione di un’inesistente questione settentrionale da parte di un pezzo della Sinistra, avevano aperto la strada a questo percorso di rimozione geografica e sociale, riducendo la questione meridionale a un insieme di stereotipi e false narrazioni… continua su L’Huffington Post

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Se la politica (tutta) dimentica la città

Si parte per una nuova avventura. Da oggi inizio la mia collaborazione con l’HuffPost Italia, con questo pezzo sul rapporto tra la politica e le città. Se vi va, come al solito, fatemi sapere cosa ne pensate.

Nel 2007 il tasso di urbanizzazione della popolazione mondiale ha raggiunto il 50%: tre miliardi e trecento milioni di persone. Per comprendere la portata di questo mutamento epocale, basti solo pensare che nel 1900 soltanto il 10% di essa abitava nelle città. Nel nostro stesso Paese, nei comuni ad alta urbanizzazione (che rappresentano il 3,3% del totale nazionale e una superficie territoriale complessiva del 4,8%) è presente il 33,3% della popolazione italiana. In un rapporto dal titolo molto esplicativo, Urban world: Mapping the economicpower of cities, nel 2011 il McKinsey Global Institute metteva in evidenza come proprio nel 2007 la metà del Pil mondiale era stato generato dalle 380 principali aree urbane dei Paesi a economia avanzata, con oltre il 20% della spesa globale prodotta dalle sole 190 città più importanti del Nord America. Le città dell’era globale, d’altronde, dai confini e dall’identità incerta, hanno assunto a partire dagli anni novanta in poi un ruolo spesso indipendente, in qualche caso superiore, sicuramente autonomo, dai contesti nazionali nelle quali insistono, divenendo sedi decisionali che orientano la politica e l’economia, la cultura e i simboli: fino a rappresentare tali processi nella propria stessa forma spaziale, nella propria organizzazione urbana, nelle proprie contraddizioni e nei propri conflitti… continua su L’Huffington Post

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